Biopensieri 2009

febbraio 2009

INIZIARE BENE PER CONTINUARE MEGLIO (qualche idea e suggerimento per il passaggio all’azione da un’economia finanziaria ad un’economia spirituale) 2a PARTE

La volta scorsa abbiamo parlato di come ognuno di noi liberamente e coscientemente possa cambiare nelle normali abitudini per passare da una vita dove il motore sia esclusivamente la vita economica ovvero il consumismo fine a se stesso, inteso anche come puro materialismo, la corsa al soddisfacimento dei piaceri materiali, di carriera ed aumento di potere e piacere personale, ad una economia spirituale dove il cuore sia invece il fulcro e le soddisfazioni delle nostre esigenze spirituali, troppo spesso represse e schiacciate, ne siano il centro.

Dal periodo del Natale, preferisco dire delle 13 Notti Sante, l’uomo ha un istintivo gesto animico di ricerca di nuovi buoni propositi, di rimettere ordine in una vita dove ci si accorge che l’aspetto fisico “pesa” troppo e manca qualcos’altro che resta sempre più indefinito ed attraverso l’influsso di questo importante periodo cerca con fatica di mettere in moto .
Molto probabilmente questo “influsso” ad oggi, inizio di febbraio, sarà già forse in parte o magari totalmente sparito e se non fosse che vi ricordate di aver letto qualcosa che vi aveva colpito ad inizio gennaio ora vi giungerà strano questo messaggio.

Abbiamo parlato, nei BioPensieri di Gennaio, di come sia basilare per affrontare questo cambiamento di avere la coscienza di nutrirci con alimenti vivi, sani e senza usare veleni per le coltivazioni (che poi mangeremo) .

Un secondo aspetto potrebbe essere l’aspetto sociale, le relazioni umane che volenti o nolenti dobbiamo affrontare ogni giorno.
Infatti l’essere umano diventa tale non per nascita o nel suo essere ma soprattutto nella più o meno fitta rete di relazioni che costruisce ed alimenta (o reprime) di giorno in giorno.

Oggi nel nostro pieno materialismo il gesto classico è di difesa del proprio territorio e si aspira ad ergere invalicabili muri per proteggere la nostra insicurezza data dalla mancanza dell’approfondimento e della conoscenza del lato spirituale.
Così facendo, senza fare facili esempi, si dice di no a noi stessi, per la paura che mettendoci in gioco si evidenzi nel suo grande e vuoto squallore la nostra pochezza.

Se non capiamo che troviamo noi stessi solo nell’altro e che più ci cerchiamo è più troviamo ricchezza e partecipazione umana continueremo a perderci in noi stessi illudendoci che la mole di materia con la quale ci circondiamo anziché arricchirci ci isola.
Solo che abbandonare i nostri “gusci” costa fatica e paura, soprattutto perché ci si mette in discussione e ci “fa sgretolare” certezze magari cementate nel nulla o nell’errore ma cementate.
Qua sta proprio il carattere dell’essere umano, di fare coscientemente l’azione di mettersi in gioco, di non nascondersi dietro a muri o paraventi ma di avere il coraggio di mettersi in gioco, di aver voglia di imparare cose nuove.

In un vecchio libro di Mario Rigoni Stern, “Storia di Tonle”, avevo letto che una semplice ma piena e grande regola della vita potrebbe essere “Noi vogliamo 8 ore lavorare, 8 ore imparare, 8 ore riposare; per sociale concordia, fratellanza ed unità” e questa regola mi è piaciuta subito molto perché indica che l’essere umano non è mai arrivato ma deve portare in sé sempre una ampia predisposizione al nuovo.

Su questi tre aspetti: lavorare, imparare e riposare ci sarebbe da fare un libro di considerazioni ma vediamo di fare semplicemente qualche riflessione partendo dal lavoro che è forse la parte più delicata delle tre in quanto ad esso è connesso fortemente il futuro dell’uomo.

Durante la prima fase dell’evoluzione umana, il lavoro ha rappresentato per l’uomo il più valido aiuto per entrare in rapporto con la materia e con le forze della Terra, per abitare la Terra e per appropriarsi del corpo fisico.
Questo aspetto emerge di continuo quando, per esempio, a scuola con i bambini, si cerca di confrontare l’uomo con l’animale, mostrando loro come l’uomo raggiunga
Il livello a cui l’animale è posto dalla natura solo grazie alla creazione di utensili. La natura lascia l’uomo incompleto ed anche l’antropologia parla del carattere embrionale ancora presente nel neonato. L’uomo deve portarsi al livello della completa efficienza fisica provvedendo di vestiti, di una abitazione creando gli strumenti che gli permettano di stabilire un rapporto attivo con la natura.

Accompagnando a ritroso l’evoluzione storica scopriamo che, durante l’esistenza terrena, l’uomo e lo strumento (o l’utensile) sono indissolubilmente legati.
Quando l’uomo durante il suo sviluppo è stato in grado di stabilire un legame con l’essere della Terra fino al punto di formare uno scheletro duraturo ( e quindi minerale) allora ha cominciato a creare i primi strumenti.
L’evolversi di tali strumenti accompagna e caratterizza i livelli evolutivi raggiunti dall’uomo sulla Terra.

Per esempio l’artigiano medioevale diviene “maestro” e ciò che produce porta l’impronta delle sue mani di maestro, diventa un “creatore”.
Per il ragazzo di oggi l’educazione alla manualità non è un punto di arrivo ma una importante e doverosa fase di passaggio.
Arrivando ai giorni odierni, tralasciando volutamente una serie di passaggi che richiederebbero una ben più approfondita ricerca spirituale, si può dire con estrema chiarezza e sicurezza che oggi il mondo del lavoro è diventato il principale punto di attacco da parte di quelle forze che tendono ad ostacolare la nuova “creazione” o per lo meno ad indirizzarla secondo le loro intenzioni (che sono ben diverse).

Quello che sta soprattutto a cuore a queste forze è di impedire che gli uomini prendano coscienza del carattere nuovo e diverso dell’essenza del lavoro e della sua missione.
Siamo passati dalla clava al computer, ma non bisogna lasciarsi ingannare: la tecnica infatti non è un coronamento né una conclusione bensì un inizio strettamente connesso col mutato rapporto tra uomo e lavoro.
Per fare un parallelo la tecnica di oggi, dal punto di vista del lavoro appena iniziato, sta al livello che al suo tempo era della clava.

Da questo punto di vista, rispetto a ciò che un giorno sarà la tecnica od a ciò che da essa deriverà, allo stesso modo delle infinite realizzazioni che hanno seguito la clava primitiva, la tecnica di oggi apparirà come con un carattere estremamente unilaterale, elementare e primitivo.
Perché il lavoro possa esplicarsi nella sua forma di vera forza creatrice e rinnovatrice occorrono tre presupposti:

1) la specializzazione, necessariamente connessa con esso
2) la spinta verso l’altruismo, soprattutto in coloro che sono legati da un rapporto di lavoro
3) le qualifiche, in base alla propria biografia che sono significative per un nuovo ordinamento del mondo del lavoro.
Anche su questi punti ci sarebbe da fare un altro articolo, ma mi fa piacere metterne in risalto un aspetto.
Il fatto di lavorare per gli altri e per la collettività deve essere un atto di volontà, deve sorgere da un sentimento e di fatto almeno fino al Medioevo era almeno in parte così.
Perché ciò non avvenga le forze che si oppongono al progresso umano hanno escogitato “il salario” che si stende come un velo davanti alla realtà: non si guarda più alla qualità del lavoro, al potere creatore dell’uomo, ma si guarda all’aumento del “salario”. La qualità del lavoro è passata inesorabilmente dal lato spirituale creatore al alto materiale arimanico.

Così ha potuto sorgere la fallace illusione che ciascuno lavora per se stesso, dato che i frutti del proprio lavoro sono ben visibili nella busta paga.
Questa è una realtà, non la verità.

Dato che finora non ho citato Rudolf Steiner, dirò che nel 1906, aveva già auspicato una distinzione netta tra lavoro e salario, in quanto diceva chiaramente che il lavoro in quanto elemento spirituale non può e non deve essere pagato, in quanto lo svilisce mentre il salario dovrebbe essere garantito a tutti per poter esplicare al meglio i propri talenti.

Fine seconda parte…. continua sui BioPeniseri di marzo

Ivo Bertaina

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