Il poeta del Sole, della luce e del mare.
Credo d’aver già affermato che definire che cosa è la poesia non è mai
stato nella mia ambizione.
La mia ambizione, o vocazione, è sempre stata un’altra: riuscire attraverso la
poesia, a scoprire, cercando la mia, la verità degli altri., la verità di tutti, o per
essere più modesti e precisi, una verità, una delle tante verità possibili che
possa valere non soltanto per me, ma anche per tutti quegli altri mèzigue o
me stessi, che formano il mio prossimo del quale io non sno che una delle
tante cellule viventi.
Parole (dopo l’esodo) dell’ultimo della Moglia
Chi sia stato il primo, non
è certo. Lo seguì un secondo. Un terzo.
Poi, uno dopo l’altro, tutti
han preso la stessa via.
Ora non c’è più nessuno.
La mia
casa è la sola
abitata.
Son vecchio.
Che cosa mi trattengo a fare,
quassù , dove tra breve forse
nemmeno ci sarò più io
a farmi compagnia?
Meglio- lo so- è ch’io vada
Prima che me ne vada anch’io.
Eppure, non mi risolvo. Resto.
Mi lega l’erba. Il bosco.
Il fiume. Anche se il fiume è appena
un rumore ed un fresco
dietro le foglie.
La sera
Siedo su questo sasso, e aspetto.
Aspetto non so che cosa, ma aspetto.
Il sonno. La morte direi, se anch’essa
– da un pezzo – già non se ne fosse andata
da quei luoghi.
Aspetto
e ascolto.
(L’acqua,
da quanti milioni d’anni, l’acqua,
ha questo suo stesso suono
sulle sue pietre?)
Mi sento
perso nel tempo.
Fuori
del tempo, forse.
Ma sono
Con me stesso. Non voglio
lasciare me stesso – uscire
da me stesso come,
la notte, dal sotterraneo
il grillotalpa in cerca
d’altro buio.
Il trifoglio
della città è troppo
fitto. Io son già cieco.
Ma qui vedo. Parlo.
Qui dialogo. Io
qui mi rispondo e ho il mio interlocutore. Non voglio
murarlo nel silenzio sordo
D’un frastorno senz’ombra.
d’anima. Di parole
senza più anima.
Certo
(è il vento degli anni ch’entra
Nella mente e ne turba
le foglie) a volte
il cuore mi balza in gola se penso
a quant’ho perso. A tutta
la gaia consorteria
di eri. Agli abbracci. Gli schiaffi.
Alle matte risate,
la sera, all’osteria
dietro le donne. Alte
da spaccare le vetrate.
Ma non m’arrendo. Ancora
non ho perso me stesso.
Non sono, con me stesso,
ancora solo.
E solo
quando sarò così solo
da non aver più nemmeno
me stesso per compagnia,
allora prenderò anch’io la mia
decisione.
Staccherò
dal muro la lanterna
un’alba, e dirò addio
al vuoto.
A passo a passo
scenderò nel vallone.
Ma anche allora, in nome
di chi, e dove
troverò un senso (che altri,
pare, non han trovato),
lasciato questo mio sasso?
Altre tre brevi poesie del poeta
Confine
Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c’era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera.
Biglietto lasciato prima di non andar via
Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.
Generalizzando
Tutti riceviamo un dono.
Poi, non ricordiamo più
né da chi, né che sia.
Soltanto ne conserviamo
– pungente e senza condono –
la spina della nostalgia.
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