UNA PROPOSTA PER LA BUTTERATURA AMARA DELLA MELA

UNA PROPOSTA PER LA BUTTERATURA AMARA DELLA MELA

 

Per quel che riguarda la mia piccola esperienza, la butteratura amara della mela, insieme ai danni provocati dalla carpocapsa, è uno dei problemi più difficili da affrontare nella coltivazione delle mele. La butteratura amara si manifesta all’interno della polpa della mela formando delle piccole palline di colore marroncino, compare nel frutto a livello periferico, cioè sotto la buccia, ed inizialmente nei tessuti attorno alla punta della mela, cioè dalla parte opposta al picciolo. Va poi aggiunto anche il fatto che spesso la butteratura amara si manifesta in fase di conservazione del frutto, quando è nel magazzino, mentre a volte durante la raccolta non ci si accorge della sua presenza. Ovviamente bisogna anche considerare che le piante moderne sono ottenute spesso innestandole su varietà nanizzanti e questo le rende più delicate. Un dato degno d’essere evidenziato è che nei tessuti colpiti dalla butteratura amara si rileva la mancanza del calcio. Questo elemento è più presente nella linfa grezza (xilema) assorbita dalle radici che in quella elaborata (floema), dunque il calcio è più probabile che sia presente nei tessuti giovani (i germogli) ma poco in quelli più vecchi (i frutti). Quando c’è un forte flusso di linfa grezza, per esempio quando si irrigano abbondantemente le piante in estate, questo fenomeno che determina un forte afflusso di calcio ai germogli potrebbe accentuarsi ed anche la potatura, soprattutto quando si impongono alla pianta delle forme geometriche innaturali, stimola la formazione di nuovi germogli, questo potrebbe determinare un apporto di calcio ma di nuovo solamente sui giovani germogli. Va poi detto che il calcio è soprattutto presente nei terreni calcarei mentre nei terreni acidi ce n’è poco oppure potrebbe essere presente in forme insolubili e quindi non assimilabili dalle piante, d’altro canto il potassio viene ben veicolato dalla linfa elaborata ed aumenta nei frutti con l’avvicinarsi della maturazione; il potassio viene considerato un antagonista del calcio.

Rudolf Steiner, nei suoi appunti relativi al corso di Koberwitz, scrisse che “l’arricchimento di calcio è spesso necessario in un terreno” e che “se c’è troppo calcio troppo caldo (è un consumatore di letame)”. Allora il calcio sarebbe in un qualche modo particolarmente importante per un terreno al fine di renderlo più “caldo”, a tale punto che terreni carenti di questo elemento (per esempio, terreni acidi) necessiterebbero di un arricchimento di questo elemento. Se si considera che la coltivazione delle mele spesso è adatta per terreni pedemontani, magari un po’ tendenti all’acidità, questo potrebbe essere un dato importante.

Si possono aggiungere altre considerazioni dateci da Rudolf Steiner, tratte dal corso di Koberwitz (V conferenza, pag. 128):

 

“… se l’achillea sviluppa la sua forza sulfurea prevalentemente in direzione dei processi formativi riguardanti il potassio, e per questo contiene esattamente la quantità di zolfo necessaria per elaborare il potassio, la camomilla vi aggiunge un’elaborazione del calcio, e con ciò essenzialmente può contribuire a tenere lontane dalle piante le azioni dannose di fruttificazione, conservandole sane.”

 

Dunque apprendiamo che nella camomilla, la pianta utilizzata per allestire il preparato biodinamico da cumulo 503, lo zolfo si relaziona col calcio in una maniera molto particolare, a tal punto da poter sanare gli squilibri che emergono durante la maturazione dei frutti (“le azioni dannose di fruttificazione”).

 

In un bel corso tenutosi in Agri.Bio nella primavera del 2017, Michele Codogno ci ha detto che la camomilla è una pianta molto particolare, capace di fare una cosa che normalmente le altre piante non sanno fare. Una caratteristica infatti del regno vegetale è la presenza a livello cellulare di piccoli organelli, chiamati vacuoli, nei quali le piante immagazzinano il calcio sotto forma di ossalati di calcio, togliendolo così dalla circolazione linfatica. Non così è per la camomilla, la quale riesce invece a portare una parte del calcio fino al fiore e sarebbe capace, secondo quanto detto da Michele Codogno, di trasmutarlo in carbonio ed azoto: l’azoto avrebbe la sua origine dal calcio. Il fatto che il calcio sia abbondante nella linfa grezza ma poco in quella elaborata è spiegabile per via dell’azione dei vacuoli, tuttavia questo fatto potrebbe essere “letto” anche nel seguente modo: nell’interazione con la luce, cioè durante il processo della fotosintesi clorofilliana, il calcio viene trasformato in qualcos’altro. Questo mi ha poi rimandato ad un altro bel corso, tenutosi sempre in Agri. Bio. da parte di Michael Barbaud, il quale ci disse che, in base alla sua esperienza, i grossi problemi in agricoltura sono legati all’ammoniaca (azoto ammoniacale) ed al calcio.

A me pare che tutte queste informazioni chiudano un po’ il cerchio, infatti se il calcio non viene ben assimilato, per una sua carenza nel terreno oppure perché viene dalla pianta trasmutato in qualcos’altro, si possono avere dei danni nella fruttificazione (vedi quanto detto da R. Steiner ed anche da M. Barbaud) e nella butteratura amara delle mele infatti si rileva una carenza di calcio nei tessuti colpiti, allora si dovrebbe fare in modo che quel calcio assunto dalla pianta stessa possa giungere con più facilità fino a fiore e pertanto al frutto. Dato poi che il momento cruciale che influenzerà il successivo sviluppo si ha durante la fioritura, visto che la formazione del frutto si prepara proprio durante la fioritura, io ho ritenuto che quello fosse il momento giusto per intervenire. Nel mio piccolo frutteto biodinamico sperimentale in Val Pellice (nel quale sono presenti le seguenti varietà di meli: Rus giambun, Runsè, Gamba fina, Magnana, Dominici e Grigia di Torriana; tutte queste varietà sono innestate sull’M 106), ho provato nella primavera 2017 a dinamizzare il 503 (1 dose in circa 8 litri di acqua) al pomeriggio e l’ho spruzzato a goccia grossa sul terreno umido, appunto durante la fioritura dei meli. La scelta di darlo a goccia grossa sul terreno è stata legata al voler influenzare il flusso linfatico ascendente che giunge fino al fiore, comunque potrebbe essere interessante provare a spruzzarlo anche a goccia fine sul fiore per vedere quale sia l’azione migliore. In contemporanea, grazie all’aiuto del mio amico Stefano Merlin, è stata dinamizzata una tisana di camomilla (allungata con acqua anch’essa fino ad avere 8 litri finali) ed anche questa è stata spruzzata, con le stesse modalità del 503, su un’altra fila di mele vicina alla prima. Per tre sere consecutive, partendo dal 9 Aprile, il 503 dinamizzato e la tisana di camomilla dinamizzata sono stati spruzzati sulle relative file di meli. Quello che ho osservato alla raccolta delle mele e poi in fase di conservazione è stata una scarsa presenza di butteratura amara in generale nelle mele di entrambe le file, tuttavia le mele provenienti dalla fila trattata col 503 hanno dato dei risultati migliori. Va detto inoltre che nelle mele della varietà Gamba fina (trattate col 503), che in base alla mia esperienza tendono a diventare durante la conservazione un po’ farinose, questo problema di “farinosità” non c’è stato minimamente. Normalmente la “farinosità” tende a colpire le mele rosse precoci (per esempio, Gamba fina o Delizia rossa) mentre più difficilmente colpisce quelle con maturazione più tardiva (la Magnana ed il Rus giambun, per esempio). Dato che anche la “farinosità” delle mele potrebbe essere annoverata tra le “azioni dannose di fruttificazione”, l’utilizzo del 503, ricordandosi sempre quanto detto da Steiner in riferimento alla camomilla, potrebbe essere legittimo. I danni da fruttificazione si potrebbero comunque ricercare anche in altre piante, per esempio mi risulta che nel marciume apicale del pomodoro si rilevi la presenza di un eccesso di ione ammonio associato ad uno scarso assorbimento del calcio (di nuovo ritorna quanto dettoci da M. Barbaud sull’importanza del calcio e dell’ammoniaca) e forse anche in certi altri marciumi (penso a dei marciumi che ho visto proprio la scorsa estate su delle prugne bianche, varietà Raneglode) le cause potrebbero essere analoghe: perché non provare col 503 dinamizzato e spruzzato in fase di fioritura?

Una prova fatta un solo anno è sicuramente troppo poco per “cantare vittoria” (come si dice, “una rondine non fa primavera!”), comunque io ho visto dei segnali incoraggianti. Nel 2018 proseguirò sulla stessa strada ripetendo la sperimentazione, se qualcuno volesse unirsi e provare sul suo frutteto, ne sarei ben lieto!

25/12/17

Fabrizio Testasecca