Nome scientifico: Satureja
Famiglia: Lamiacee

Breve storia e note botaniche sulla pianta
Fin dall’antichità la santoreggia era usata per aromatizzare salse e aceto. Era definita la “salsa dei poveri”, e sotto forma di decotto nel vino veniva usata per curare le ulcere della bocca.
Oggi la santoreggia è diffusa anche nell’Europa centro  settentrionale e nell’Asia occidentale.
La santoreggia è una pianta annuale e fiorisce da luglio a settembre.
Di questa pianta si usano sia le foglie che le infiorescenze, che possono essere fatte seccare in luoghi bui, asciutti e ben areati.

santoreggia

Principali specie
Ci sono due specie di santoreggia: Satureja montana e la Satureja ortensis. Specie perenni.
Quest’ultima è erbacea, più piccola e di un verde più tenue rispetto alla prima.
Entrambe sono coltivate per le loro proprietà terapeutiche e aromatiche.
La santoreggia cedrina rinfrescante e saporita. La santoreggia strisciante, molto aromatica, si allarga sul terreno e forma cuscini ricchi di fiori che attirano le api.
Il fusto della santoreggia è di 30 / 40 cm.

Cure colturali e lavorazioni
La santoreggia va piantata direttamente nella terra in primavera o in autunno. Se le piantine nascono troppo fitte tra di loro è meglio diradarle; a volte però si disseminano da sole.
Coltivata in giardino, deve essere messa in una posizione calda e protetta dal vento.
La santoreggia è anche detta erba dei fagioli perché cresce molto volentieri accanto a questi legumi, perché si influenzano in modo positivo in quanto a vitalità e a resistenza alle malattie.

Fioritura
La fioritura è da luglio a settembre.

Raccolta e conservazione
Si raccolgono le foglie prima della fioritura e si possono usare fresche oppure farle essiccare.

Utilizzo
Le foglie ,molto aromatiche, si usano per aromatizzare piatti di carne, pesce, legumi, nella produzione di miele o di liquori.
Le proprietà terapeutiche sono antisettiche e digestive; è usata per curare le flautolenze p la dissenteria. Calma la tosse, apre le vie respiratorie e viene data anche per stimolare l’appetito.

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