Si tratta di un fitofago che appartiene
alla famiglia degli Imenotteri. E’ diffuso in Italia e in tutta
Europa e svolge il proprio ciclo a spese del pero. Compie una sola generazione
all’anno: lo svernamento avviene in forma di larva matura nel
terreno dove, a poca profondità essa costruisce una celletta
e nella quale, a primavera, si impupa. Lo sfarfallamento degli adulti
avviene in concomitanza con il periodo di fioritura dei peri e le femmine
vanno ad ovideporre sui calici fiorali. Le larve a 4-5 giorni dalla
nascita compiono una prima muta e penetrano nella parte centrale del
ricettacolo dove divorano i tessuti formando un'ampia cavità
dalle pareti nerastre. Compiuta la seconda muta la larva fuoriesce dal
frutticino attraverso un foro, per poi penetrare entro un altro frutticino
ed in casi eccezionali entro un terzo. Le perine infestate si riconoscono
per la presenza di un anomalo rigonfiamento o di una macchia scura in
corrispondenza del punto in cui è avvenuta la puntura e per la
rosura che fuoriesce dalla galleria scavata dalla larvale. I frutticini
infestati finiscono poi per cadere al suolo. Raggiunto lo stadio di
larva matura, la tentredine si lascia cadere al suolo dove resterà
fino alla primavera successiva. Le infestazioni posso essere molto variabili
da un anno all’altro, con stagioni caratterizzate da attacchi
elevatissimi ed altre campagne durante le quali la tentredine non si
manifesta affatto.
Poiché l’esito dell’attacco è distruttivo
è buona norma monitorare il frutteto fin dai primi stadi vegetativi
per verificare la presenza dell’insetto e l popolazione. Un campione
rappresentativo che dia informazioni utili sullo stato di infestazione
è rappresentato da almeno un centinaio di bottoni fiorali esaminati
su una ventina di piante per ogni ettaro di frutteto. La soglia di danno
può considerarsi superata quando si riscontri la presenza di
uova o larvette sull’8-10% dei bottoni fiorali esaminati. Il monitoraggio
può anche essere effettuato impiegando trappole cromotropiche
di colore bianco da collocare nel frutteto un paio di settimane prima
della fioritura. Queste vanno controllate ogni 3-4 giorni per monitorare
il volo degli adulti. Si considera quale superamento della soglia di
intervento 15-20 adulti/trappola per settimana.
Le varietà a fioritura precoce tendenzialmente sono meno attaccate
dalla tentredine rispetto alle cultivar più tardive. Qualora
si presenti la necessità di contenere l’infestazione con
un intervento diretto occorre agire con molta cautela poiché
si va ad agire proprio in concomitanza con la fioritura e il rischio
per i pronubi è molto elevato. Possono svolgere un’azione
di contenimento nei confronti di Hoplocampa brevis oli vegetali, Azadiracta
indica ed estratti a base d’aglio. Il Bacillus thuringiensis non
è assolutamente efficace, ricordiamo infatti che la tentredine
è un imenottero e non un lepidottero. Il piretro, pur attivo
contro l’insetto in tutte le sue forme, non offre alcuna garanzia
di salvaguardia nei confronti dei pronubi a causa dell’effetto
abbattente ad ampio spettro d’azione. Anche i trattamenti insetticidi
al bruno non svolgono un’azione mirata poiché le forme
svernanti permangono a livello del suolo e non sulla pianta. Più
mirate possono essere ad esempio leggere lavorazioni del suolo autunnali,
magari in concomitanza con la distribuzione del cornoletame, come azione
diretta contro le pupe svernanti.
Nel contenimento delle infestazioni di Hoplocampa brevis gli organismi
utili giocano un ruolo molto importante: coccinellidi, sirfidi, imenotteri
parassitoidi, uccelli insettivori, nematodi entomopatogeni. Per il contenimento
delle popolazioni di tentredine l’applicazione al terreno di nematodi
entomopatogeni. È particolarmente interessante. Numerose prove
sperimentali evidenziano sia l’efficacia di Steinernema carpocapsae
e, soprattutto, di S. feltiae e Heterorabdtisi
megidis nel parassitizzare le larve di tentredine. Si inoltre rilevato
che la loro persistenza nel
terreno è sufficiente a coprire il lasso temporale in cui le
larve mature del fitofago abbandonano i frutti per portarsi al terreno.
E’ logico dedurre quindi che maggiore è la carica biologica
vitale dell’agroecosistema e maggiore è l’azione
dei microrganismi utili nel contenere entro la soglia di danno questo
fitofago. Se da un lato quindi può periodicamente presentarsi
la necessità di effettuare interventi diretti, è fondamentale
attuare strategie di rivitalizzazione e preservazione della biodiversità
a livello del frutteto: dalla realizzazione di siepi arbustive sempreverdi
per ospitare e favorire insetti utili e fornire riparo agli uccelli
insettivori, all’uso selettivo di molecole attive al fine di preservare
l’entomofauna utile, fino alle pratiche biodinamiche finalizzate
all’incremento e mantenimento della vitalità dei suoli
dove organismi utili quali Steinernema sp.p possano trovare l’habitus
ideale.
Cristina Marello, Direttore Agri.Bio
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