Da "L'uomo
sintesi armonica" di R. Steiner, desidero citare "Se vuoi conoscere
il mondo, scruta profondamente in te stesso..."
In questa frase è contenuto un grande segreto, una grande formula,
Se voglio conoscere me stesso, devo indagare fuori. Se voglio
conoscere il mondo devo indagare dentro me stesso. Sembra quasi
che non ci sia più un confine tra me e fuori, che ci sia una comunicazione
tra ciò che sta fuori e la mia propria interiorità. Allora per
iniziare potremmo chiederci: ha un senso poter curare e migliorare
al massimo la terra, trascurando l'uomo o bisogna solo curare
l'uomo, trascurando l'uomo? Oppure che senso ha l'uomo senza la
terra, che significato ha la presenza dell'uomo sulla terra? Allora
qui potremmo chiederci: qual è la terapia per la terra nel senso
di armonia, di equilibrio e qual è la terapia per l'uomo, cioè
quando vado a coltivare, quando vado a rapportarmi nel mio proprio
lavoro, dov'è che agisco in maniera terapeutica verso la terra
e viceversa, non è che per caso qualcosa risponde e crea terapia
per l'uomo?Ecco allora proviamo adesso un attimo a parlare della
terapia verso la terra, questo modo, se vogliamo, di curare la
terra di curare il proprio orto. Abbiamo parlato dei preparati
biodinamici come piccole dosi di sostanza che noi mettiamo per
regolare qualcosa, per rendere ciò più equilibrato , per migliorare
le forze che ci sono nel proprio orto. Immaginiamo anche addirittura,
qualcuno di voi lo saprà, che ci sono certi veleni che basta una
piccola dose, una piccola goccia sul corpo, e addirittura tutto
l'organismo si ammala. Ecco: non potrebbe darsi che magari utilizzando
delle piccole gocce invece molto curative sul corpo dell'uomo
potrebbe guarire anche tutto l'organismo? E allora mi chiedo:
non è possibile con i preparati biodinamici, che vengono dati
in piccolissima dose sulla nostra terra, poter curare anche l'intero
organismo della terra ? Quello che vorrei fare è di non portare
solo delle affermazioni, ma di suscitare delle domande, delle
perplessità per incoraggiare la ricerca su questi argomenti. Pensiamo
alle lavorazioni che facciamo nel nostro orto, alla cura che ci
prendiamo per seguire una pianta. Abbiamo visto fin da questi
stadi qui che la pianta è estremamente fragile e delicata. Dovremmo
fare quest'operazione oppure quell'altra? E poi verificare ancora
quell'altra? ma forse non va bene seguire questo iter. Abbiamo
una pianta in terapia, tutto il nostro orto è messo in terapia.
Dobbiamo veramente essere dei terapeuti e cercare di far crescere
qualcosa. Ma non c'è solo l'azione che noi diamo al nostro orto,
alla nostra terra; c'è anche il mondo dei sentimenti, c'è anche
un mondo del pensare. Per quanto riguarda il mondo del pensare,
pensiamo alla complessità delle attenzioni che dobbiamo dare.
Addirittura, ve lo porto come aneddoto, c'è un proverbio in Austria,
ce lo ha riportato il dottor Clair, in cui si dice che dove cammina
il contadino, concima la terra. Cioè quando gli agricoltori camminano
per il proprio campo e osservano le coltivazioni, in quel caso
li inizia un nuovo tipo di concimazione. Pare che l'attenzione,
la devozione, l'ammirazione, la venerazione per il proprio lavoro
possa e riesca a trasmettersi al mondo vegetale. E allora questo
detto che dove il contadino passa fa crescere nuove e belle erbe,
sarebbe bello sperimentarlo, vedere se è proprio così. Quindi
c'è proprio una terapia rivolta dall'uomo verso la terra e il
tentativo di creare questi nuovi organismi che abbiamo detto,
di creare nuovi boschi, siepi, alberi; dobbiamo di nuovo svolgere
questa azione cosciente verso la terra. Dobbiamo creare un nuovo
senso artistico, un nuovo senso del paesaggio e ricostruire qualcosa.
La terra è capace di esprimere proprio la manifestazione dell'uomo:
in questo caso c'è un dare dell'agricoltore verso la terra. L'uomo
si mette li, siamo alle prime armi, però c'è tanto entusiasmo
e allora vogliamo coltivare qualcosa nell'orto non coltiviamo
soltanto il nostro orto, stiamo già coltivando una parte della
terra. Adesso proviamo a rovesciare la cosa e a chiederci: può
questo lavoro della terra essere una terapia per l'uomo? Possiamo
chiederci: questo lavoro della terra può essere un percorso di
conoscenza, di conoscenze molto profonde, può sviluppare armonia?
Può questo lavorare la terra, creare salute? Oppure può essere
anche un percorso iniziatico cioè possiamo arrivare a delle conoscenze
anche superiori a quelle che normalmente abbiamo? Sono delle domande,
per adesso. E comunque la domanda principale è: può il lavoro
della terra essere una terapia per l'uomo? Io ho sempre avuto
questa immagine di alcune persone che lavorano all'interno della
città, fanno dei lavori massacranti, sono proprio inseriti in
un lavoro magari tutto il giorno davanti ad un computer o ad uno
sportello postale, fanno dei lavori veramente intensi e alla fine
di tutto questo lavoro cosa fanno? Vanno nel proprio orto a lavorarlo,
dedicano il proprio tempo libero nell'orto e queste persone dicono:
mi sento come rigenerato, ricaricato, ho veramente l'impressione
di fare qualcosa in cui mi realizzo, anche se faccio fatica in
realtà acquisto entusiasmo, mi ricarico. Allora mi chiedo: cosa
succede quando un uomo va a coltivare, quando uno si avvicina
al proprio orto? Incontra direttamente, secondo me, i quattro
regni che abbiamo citato in questi giorni. Abbiamo un contatto
con il regno minerale, con il regno vegetale e con il regno animale
e poi se collaboriamo con altre persone abbiamo di fronte a noi
il regno umano, ci confrontiamo con altre persone. Che cosa vogliono
dire questi quattro regni? Andiamo in un bosco ed osserviamo.
Ecco che non abbiamo solamente un'alimentazione terrestre, non
abbiamo solo il cibo che ci sostiene, ci vuole anche quello certo,
ma oltre a questo cibo terrestre ci vuole anche un'alimentazione
che potremmo chiamare cosmica, data dalle belle cose che si osservano,
dalle cose che ci riempiono quando facciamo qualcosa di sentito.
Pensiamo a quelli che l'orto non lo vogliono coltivare, eppure
si fanno una camminata in montagna, una passeggiata in un bosco,
una passeggiata lungo il mare. Ecco, quella è un altro tipo di
alimentazione, un'alimentazione che attraversa i sensi. Sono immagini
che entrano negli occhi, sono sensazioni che vanno nella pelle;
questo è un nuovo tipo di alimentazione, un'alimentazione cosmica.
Ora nel proprio orto perché non tentare di fare delle cose che
proprio possano esprimere il bello, questo senso artistico per
così dire? Qual è l'azione terapeutica in questo caso? E' che
se ne riceve qualcosa, un'impressione sensoriale che va a nutrire,
qualcosa che non è direttamente un cibo che noi ingeriamo, ma
è qualcosa che va a nutrire la nostra costituzione generale. E
adesso mi faccio un'altra domanda: possono le conoscenze biodinamiche,
le conoscenze antroposofiche creare benessere? In quest'altro
testo che si intitola " Lo spirito nella formazione dell'organismo
umano" lo Steiner in due parole dà un'indicazione incredibile,
secondo me, e vorrei leggerla: "Esisteva comunque la conoscenza
che l'organismo umano non è di questa terra, che su di essa può
solo mantenersi se viene sempre sollecitato a superare la forza
terrestre." Non mangiamo, cioè per accogliere in noi questo o
quell'alimento, ma per sviluppare interiormente le forze che dominano
gli alimenti stessi. Mangiamo per opporre resistenza alle forze
della terra e viviamo su di essa per il fatto che opponiamo resistenza.
Allora, a questo punto, il nostro cibo, perché in fin dei conti
prendiamo dei frutti dal nostro orto e li portiamo sulla nostra
tavola, il nostro cibo si prepara ad un allenamento. Questa conoscenza
cosa ci dice? Guarda che tu non mangi per prendere vitalità, ma
mangi bensì per opporre resistenza alla vitalità dell'alimento,
perché tu dentro di te hai una tua vitalità. Allora per questa
vitalità, se la vogliamo allenare, se la vogliamo tenere in allenamento,
dobbiamo contrastare con dei cibi sempre più vitali. Oggi i cibi
stanno perdendo vitalità. Il nostro compito allora è di portare
vitalità nell'orto. Facciamo un esempio: se vogliamo mantenerci
in allenamento e fare i 100 metri in breve tempo, dobbiamo ogni
giorno correre, dobbiamo fare un allenamento. Se noi vogliamo
mantenere questa verticalità e mantenerci desti con la coscienza,
dobbiamo ingerire cibo e dobbiamo all'interno opporre resistenza
al cibo, dobbiamo per così dire, vincere la digestione. Antichi
detti Indiani dicono che l'uomo si ammala mangiando e guarisce
digerendo; quindi questo processo di digestione è superare la
vitalità dell'alimento che metto dentro, e ciò mi permette una
certa verticalità, una certa coscienza. La domanda era: possono
le conoscenze creare benessere? Beh, se io dovessi seguire questa
conoscenza che vi ho appena dato, non farei altro che portare
della vitalità il più possibile al di fuori di me, nell'orto,
nel mio ambito, nel giardino, nei fiori, dappertutto. E in questo
caso non creo benessere solo per me, ma creo benessere anche per
gli altri. Se creo benessere anche per gli altri è tutta un'espansione
che va a partecipare al tutto. Ora dov'è la terapia verso l'uomo
nel coltivare la terra e seguendo le conoscenze? Si impara piano
,piano a riconoscere i bisogni dell'altro, i bisogni degli altri
uomini. Non sono così completamente slegato dagli altri uomini.
Quando faccio un'azione nel mio orto, mi rifletto proprio come
un'onda anche sugli altri uomini. Le conoscenze, in questo caso
interessano tutti. Se ci riportiamo alla frase di Steiner: ciò
che è dentro di noi, è un riflesso anche di cosa sta fuori; quello
che sta fuori, è un riflesso di ciò che ho dentro. Un aspetto
che vorrei sottolineare è l'aspetto artistico. Vi è proprio ai
giorni nostri questa mancanza del gusto artistico. Andiamo nelle
campagne e vediamo tutto quanto rettilineo, squadrato, angoli
retti, tutti in funzione all'economia perché le macchine non devono
fare troppi giri, non devono fare troppe cose. Le siepi devono
essere tolte perché lì non va bene, lì bisogna produrre. C'è l'economia,
non ci importa se ci sono dei bei fiori, se ci sono degli alberi.
Il senso artistico in questo caso non c'entra perché va in contrasto
con l'economia. Allora se esiste anche una terapia artistica,
del colore, del dipingere, dello scolpire, come esistono tante
altre terapie, perché non portare un po' di arte nel proprio lavoro,
quando ci si rapporta nel proprio orto? Perché non portare nel
paesaggio qualcosa di nuovo che sia veramente piacevole, che possa
rappresentare qualcosa? (prende l'orto biodinamico del Merckens)
Ho trovato una volta in questo libro una frase che mi ha molto
colpito "non esiste orto senza le rose." Non esiste un orto dove
in un angolo io non possa far crescere dei fiori, dove non si
possa far crescere qualcosa che non sia direttamente produttivo,
che si debba portare sulla tavola, ma qualcosa per esprimersi
in un gusto proprio, in una fase artistica. Quindi in fin dei
conti anche qui c'è questa relazione: un'espressione artistica
fuori, un qualcosa che si riflette dentro. Mi faccio ora un'altra
domanda: se l'uomo ha un pensare, se l'uomo ha un sentire, se
l'uomo ha un volere e se è vero questo riflesso fra ciò che è
dentro e ciò che è fuori, posso vedere scritto fuori e nel mio
orto qual è la relazione del mio pensare, del mio sentire, del
mio volere? Ora girando in diverse aziende, andando a visitare
diversi orti si vede proprio come l'orto è la manifestazione di
chi lavora. Si vede se una persona è troppo accentrata sul pensare
concettuale, rigido, schematico, morto e lo vuole applicare direttamente
alla volontà; così proprio se ne vede la manifestazione. Ortaggi
messi in un certo modo, tutto è all'insegna della produzione.
Lì c'è questo volere direttamente qualcosa dalla terra, un pensare
che non attraversa il sentimento e vuole, scende giù. Ecco che
allora dov'è qui l'azione terapeutica? E' che quando ci si avvicina
all'orto, l'orto ti fa come da specchio attraverso questo pensare,
sentire, volere. Ecco che queste tre cose che vi ho nominato non
sono più così confuse tra di loro, ma possiamo anche distinguerle.
Qual è il pensiero che mi ha portato a fare questa cosa? E ci
ho aggiunto qualcosa del mio sentimento? O queste cose le penso
solamente e poi non le realizzo? Perché c'è anche la faccia opposta,
c'è anche la mancanza di volontà, perché comincio anche a pensare:
si, questo è bello questo lo vorrei fare, questo lo faccio e poi
alla fine non lo faccio mai, mi rimane sempre qualcosa e allora
si vede……… eh, per esempio, delle file, arrivano a un certo punto
che dovrebbero continuare e addirittura…… smettono! Quindi, anche
qui, qual è l'azione terapeutica rivolta verso l'uomo? Bisogna
che impariamo a scandire bene questi aspetti dell'uomo. Non possiamo
più fare azioni impulsive, quindi azioni senza pensiero e senza
sentimento, perché le azioni impulsive poi si pagano, nell'orto
poi non otteniamo prodotti; dall'altra parte poi non possiamo
nemmeno cadere nei sentimentalismi nell'appoggiarci alla natura.
Diciamo: beh, aspetterò che cresca qualcosa, prenderò i doni della
natura. Ma nell'orto sarà la terra stessa a dare la risposta.
E poi c'è una domanda ancora: ma allora nel proprio lavoro l'uomo
è sottoposto a delle forze interiori? Cioè agiscono anche delle
forze all'interno dell'uomo, mentre sta lavorando, che gli creano
come dei contrasti, oppure quando lavoriamo, singolarmente o in
gruppo, ci va tutto liscio? Cioè troviamo qualcosa che ci fa da
ostacolo, c'è qualcosa che ci vuole dare insegnamenti, che impariamo
qualcosa? Principalmente si possono sperimentare queste cose,
non necessariamente nell'orto, però nell'orto si ha occasione
maggiormente di vederlo perché abbiamo questo quaderno che è di
fronte a noi. Abbiamo due forze principali, due forze che sono
sempre in agguato: una è questa forza del sogno, tremendamente
sognante, che ci vuol far pensare a molteplici fantasie, che porta
addirittura al fanatismo; noi vorremmo fare questo, vorremmo pensare
che potremmo essere quest'altro, ci fa desiderare delle cose che
non abbiamo addirittura; nell'orto, si, vorrei fare questo, vorrei
fare quest'altro e intanto non faccio niente. E' sempre questa
tendenza che ci vuole portare via, ci vuole distaccare un po'
dalla realtà, vogliamo sognare. E' una tendenza, la chiamiamo
"porta del sogno". Ed è una porta bella, che ci ispira, vorremmo
quasi solo guardarlo l'orto in fin dei conti e viverci in mezzo
senza fare l'azione della volontà. E dall'altra parte cosa c'è?
C'è una parte invece più pesante, più materiale, più forte; pensiamo:
dal mio orto voglio produrre, voglio portare a casa qualcosa.
Mi inserisco qui in un discorso di economia la forza anche del
denaro; voglio il potere, voglio governare io questa terra, è
una forza che mi porta sempre più alla pesantezza. In alcune aziende
e anche nell'agricoltura chimica si vede benissimo. Lì c'è un'impostazione
che l'agricoltura non è più curare la terra, ma diventa un'agricoltura
da reddito. Il contadino non è più contadino, ma è un imprenditore
agricolo e le cose cambiano notevolmente. Qui io dalla mia terra
devo per forza tirar fuori qualcosa con un reddito. E' assai pesante
questa forza qui, ci vuol trascinare verso il basso Ecco che allora
il nostro lavoro nel nostro orto come dovrà essere? Se riusciamo
a riconoscere queste due forze, dovrà essere un bilanciamento,
dovremo sempre tentare di bilanciare queste due forze; dovremo
capire che si, dovremo desiderare di fare le cose in un certo
modo, ma dovremo anche realizzarle e prenderemo un po' da questo
pensiero fantasioso che ci vuole tentare a fare le cose; prenderemo
forza da questo e da quello perché in fin dei conti un risultato
nella materia dovremo averlo dato che siamo inseriti in questo
mondo materiale. Ecco sempre questa ricerca di un terzo elemento
centrale di equilibrio e anche dei contrasti se si lavora con
delle persone, perché una è più spostata sull'aspetto materiale:
dice no, guarda, bisogna produrre. L'altra dice no, guarda, bisogna
solo fare cose di carattere spirituale, dobbiamo fare slo del
bene agli uomini. Allora la verità dove sta? La verità sta sempre
nel mezzo: E allora in questo caso la terapia dove sta? Sta nel
tentativo di riconoscere sempre queste forze che agiscono dentro
di noi. Per avvicinarci a questo argomento, vorrei un attimo pensare
a quelle persone che fanno dei lavori che escono completamente
dai ritmi, a quelle persone per esempio che fanno i turni di lavoro,
che non fanno a tempo ad abituarsi al turno diurno che subito
devono fare la notte, poi il turno di pomeriggio. Quelle persone
costrette da quegli orari particolari in cui devono mangiare sempre
ad ore diverse. Mi viene in mente che è proprio una vita slegata
da ogni ritmo, non si riconosce addirittura più qual'è il giorno
e qual'è la notte. Abbiamo delle persone che durante il lavoro
dormono e a volte durante la notte non riescono neanche a dormire.
Sono come scossi e usciti fuori dal ritmo. E allora mi chiedo:
questa esperienza del ritmo che sta dentro di noi è riconducibile
ad un ritmo che è anche esterno perché in fin dei conti abbiamo
visto che se vogliamo fare un certo ortaggio dobbiamo rispettare
i suoi propri ritmi (quando si semina, quando fare determinate
operazioni, come curarlo). Abbiamo visto che c'è una respirazione
del giorno (e la pianta inspira), il pomeriggio tende ad espirare.
Il ritmo delle stagioni: questo corpo eterico della terra funziona
se ha un ritmo, va avanti se riesce ad inserirsi in un ritmo,
se riesce a rinnovare qualche cosa attraverso questo ritmo. E
questa persone che invece sono costrette a torturare quasi se
stesse per il proprio lavoro che invece devono uscire da un ritmo,
possono ritrovare un fenomeno che le aiuti quando lavorano. Quando
siamo nel proprio orto possiamo trovare questa relazione fra il
ritmo che sta fuori e il ritmo che sta dentro di noi? Per imparare
a riconoscere i ritmi che stanno fuori dobbiamo fare un certo
allenamento. Molte persone chiedevano: quando devo piantare questa
cosa, quando devo irrigare, quando devo eseguire una determinata
operazione. Guarda certo ci sono dei principi, ma comunque devi
un po' avvicinarti, avere una certa sensibilità a sapere quando
devi innaffiare, quanta acua devi dare e comunque questo è un
allenamento; ma questo allenamento lo posso rovesciare dentro
di me? Qual è il mio ritmo? Quand'è che posso fare certe cose,
quand'è che devo dormire (non dico che sia il caso nostro, ma
nei casi più estremi), quante ore di sonno mi occorrono, quanto
devo mangiare, come mangiare? Ecco che questo aspetto del ritmo,
questo allenamento a riconoscere il ritmo si può riflettere nella
propria inferiorità. Dunque ci vuole questo ritmo per mantenersi
in salute? Lo Steiner ci aiuta un po' a comprendere questo aspetto
del ritmo, dov'è la salute del ritmo del nostro corpo: abbiamo
un apparato neuro sensoriale che possiamo soprattutto individuare
nella zona dei sensi, della testa, in cui siamo svegli, desti
se vogliamo anche freddi poiché dobbiamo sviluppare coscienza.
Questa è la vita del nervo. Dall'altra parte abbiamo un 'altra
forza, polare, che è la forza del metabolismo, la forza che abbiamo
negli arti, la forza che abbiamo nel ventre, attraverso gli organi
interni. Qui abbiamo il calore, la forza del sangue. Una è la
forza del nervo, l'altra è la forza del sangue. Quando questa
forza del sangue, questo calore che sta nel nostro ventre sale
su verso l'alto e va nella testa ecco che si manifesta la febbre.
Allora abbiamo portato un equilibrio, una parte di calore in una
zona dove non andava. Quando invece questo freddo della testa
(c'è anche un detto: testa fredda, piedi caldi) comincia a scendere
dentro di noi e si porta negli organi interni, ecco che qui abbiamo
il fenomeno della sclerosi. Non voglio addentrarmi in ambiti medici,
comunque i medici dicono che questo è il presupposto perché poi
si verifichi il cancro, cioè una concentrazione di raffreddamento
in determinati organi. E che cosa c'è al centro in mezzo a tutto
questo? L'apparato ritmo: qua siamo viventi, qua sentiamo il battito
del cuore (sistole e diastole), sentiamo i polmoni; quando vogliamo
" prendere un attimo respiro" questa espressione è per dire :
mi devo rifare al mio ritmo. Anche qui alcune conoscenze ci danno
qualcosa. Ecco che anche fuori possiamo vedere i ritmi e possiamo
capire come sono importanti i ritmi anche dentro di noi. C'è poi
ancora una cosa, ancora più sottile, se vogliamo, ed è questo
aspetto: dobbiamo lavorare con forze invisibili; noi vediamo queste
piante che crescono, possiamo darci tutte le spiegazioni che vogliamo
(pressione osmotica, traspirazione, pressione delle radici) alla
fine facciamo degli esperimenti e poi ci accorgiamo che abbiamo
a che fare con forze invisibili, non riusciamo a vederle. E poi
poniamo un seme n ella terra. Nascerà o non nascerà e quale forza
interiore devo avere per andare a mettere un seme! Quale coraggio
dovrò avere per affrontare questo lavoro! Mi chiedo: se un agricoltore
affronta questo lavoro può in qualche modo sviluppare i propri
organi interni, può avere la capacità di sostenere questo suo
corpo astrale e corpo eterico e corpo fisico che abbiamo detto
prima? In fin dei conti non è sottoposto a delle prove? Voglio
leggervi per introdurre ciò che sto per dire, queste poche parole
di Steiner:" del resto ci furono uomini i quali, senza nessuna
conoscenza scientifica, erano più assennati di coloro che rappresentano
oggi la concezione scientifica del mondo. Quelli non affermavano,
come comunemente si pensa, di credere a quello che non sapevano,
ma credevano proprio solo a quello che sapevano. (sta parlando
delle forze di fede); dobbiamo sapere per poterci elevare alle
forze di fede e dell'anima umana. Dobbiamo avere nella nostra
anima capacità di mirare a un mondo soprasensibile e dirigere
su di esso tutti i nostri pensieri e tutte le nostre rappresentazioni.
Se non possediamo queste forze appunto espresse dalla parola fede,
qualcosa si devasta in noi." Quale fede l'uomo deve poter sviluppare
affinchè possa andare avanti nel proprio lavoro giornaliero, non
solo, ma nel proprio orto, perché in questo caso ci stiamo avvicinando
all'orto. Anche qui, per mettere un seme in terra, ci vuole un
Principio, una Forza, e questa forza la chiama poi così: " le
forze della fede sono le più importanti del corpo astrale, equivale
al Corpo di Fede". Sto facendo delle lavorazioni, ma per chi sto
lavorando? Abbiamo visto questo aspetto delle motivazioni. In
quali ideali io lavoro? Quali ideali morali io sto portando alla
volontà? Riesco a sviluppare qualcosa? Riesco a manifestare qualcosa?
E più avanti Steiner dice: " il rattrappirsi delle forze d'amore
equivale a quello del mondo eterico perché il corpo eterico è
anche corpo d'amore". Adesso mi scuso con quelli che sentono parlare
d'amore, ma personalmente non sono in grado di parlare di questo
argomento, anche perché questa parola è stata completamente maltrattata
negli ultimi anni, anzi forse negli ultimi secoli. Se ne è sciupato
il valore. Ci resta comunque l'idea che potrebbe corrispondere
al corpo eterico, come qui dice Steiner. E più avanti: " se proseguiamo
giungiamo a una classe di Forze di cui abbiamo bisogno nella vita.
Se ci mancano del tutto, lo avvertiamo esteriormente nella nostra
umanità in maniera molto significativa. Le forze quanto mai vitalizzanti
di cui abbiamo bisogno sono le forze della speranza, della sicurezza
del futuro. Finchè apparteniamo al mondo fisico non possiamo fare
un solo passo senza speranza. Dice poi anche questo: " Chi mai
costruirebbe una casa se non fosse sicuro che nella notte successiva
essa non verrà distrutta? O chi seminerebbe piante se non avesse
alcun sospetto di quel che ne avverrà nell'anno prossimo? E' proprio
per la vita fisica che ci occorre la speranza: essa sostiene e
conserva la vita fisica stessa. Nulla può succedere sul piano
fisico senza la speranza. Ecco perché le forze della speranza
sono collegate con l'ultimo involucro dell'essere umano, con il
nostro corpo fisico". E' un mondo da scoprire anche questo. E'
un'ipotesi di lavoro alla quale dovremmo cercare di avvicinarci
per poter lavorare. Ci rimane comunque questa immagine del corpo
astrale, del corpo eterico e del corpo fisico. Ci sono oggi, cambiando
argomento, delle comunità , per esempio di tossicopdipendenti,
comunità curative, comunità per persone che hanno problemi psicologici
e altro. Queste comunità inconsciamente o consciamente, non lo
so, hanno quasi tutte un pezzo di terra dove coltivano, dove fanno
lavorare le persone, dove veramente l'uomo si sente inserito nella
natura. Non solo, ma si vuole addirittura costruire un laboratorio
agricolo-sociale. Se andiamo in una certa azienda, nell'orto del
vicino, o a visitare una tenuta agricola, si riesce addirittura
a cogliere se c'è una vita sociale dietro oppure no. Vediamo se
c'è una molteplicità di aspetti, di manifestazioni, una complessità
di idee e di creatività che sono evidentemente superiori a quelle
dove lavora il singolo. Il singolo riesce come ad incarnare certi
aspetti, di più non riesce a fare e invece quando si confronta
con altre persone, sì, può succedere lo scontro, anzi c'è molto
spesso, ma lo scontro che può portare a un'espressione, a un miglioramento
del proprio lavoro. Chi si è accorto oggi durante la pratica che
mi dovevo mettere la pompa sulla spalla: ecco che c'erano le cinghie
che si avvolgevano, da solo non riuscivo, ero come impacciato,
eppure c'è stato un altro che mi ha aiutato e in un istante abbiamo
messo la pompa sulla spalla e così quando si fanno i lavori in
campagna, il lavoro di una persona messo assieme al lavoro di
un'altra persona, quindi due persone lavorano per tre, cinque
persone lavorano per sette. E' come se addirittura la collaborazione
di queste persone è qualcosa di superiore. Qui è la vera terapia,
nel confronto con l'altro. Ci sono tante terapie. Abbiamo visto
la terapia della terra, terapia artistica, terapia in tanti ambiti,
ma la vera terapia nasce quando abbiamo di fronte a noi un altro
microcosmo e questo è l'altro uomo di fronte a noi. Addirittura
possiamo pensare a questo: quasi tutti avranno avuto nella loro
vita un amico, quell'amico intimo capace proprio di poter comunicare,
di poter far sorgere qualcosa. Ecco che addirittura anche se l'amico
sta zitto e noi parliamo, riusciamo lo stesso a cogliere qualcosa
di superiore, come se il suo solo ascoltare mi portasse un'entità
superiore tra noi. Nell'orto, come collaboriamo, e che cosa ci
accomuna? Ci accomuna il lavoro, ci accomuna il fatto degli obbiettivi
e degli ideali e calpestando la stessa terra abbiamo anche tra
di noi che ci unisce la stessa terra che è un organismo vivente.
Ora voglio riportare le domande iniziali: può il lavoro della
terra essere un percorso iniziatico, può essere un percorso che
ci può portare delle conoscenze per questo nostro lavoro? Perché
in fin dei conti, noi adesso usciremo di qui e riusciremo ad applicare
qualcosa, riusciremo ad essere stimolati a qualcosa? Nel nostro
lavoro potremo sviluppare salute, armonia? Può essere il lavoro
della terra una terapia? Voglio concludere rileggendo questa frase
che abbiamo letto all'inizio: Se vuoi conoscere te stesso, guarda
nel mondo da ogni lato. Se vuoi conoscere il mondo scruta profondamente
in te stesso.
Zelata di Bereguardo, 8-10 aprile 1994
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