| Il
melone
E’ nella famiglia delle cucurbitacee che troviamo i frutti più
grossi di tutto il regno vegetale.
Si tratta di piante potenti che assorbono acqua e calore con voracità
e che si legano profondamente alla materialità del suolo, della
sua matrice organica e umica. Per questo, pur essendo piante dotate
di enorme forza e vigoria, le cucurbitacee non sfuggono alla terra e
all’acqua ma si arrotondano in forme arrotondate che non aspirano
alla verticalità. Il calore e la solarità si concentra
nei fiori e nei frutti, e si conserva nei semi, abbondantissimi. I frutti
delle cucurbitacee trattengono sempre un aspetto erbaceo, acerbo, giovanile
ed è proprio il melone, con l’anguria, a rappresentare
un eccezione per il forte metabolismo zuccherino che rende la polpa
così dolce e appetibile.
Il melone, particolarmente nelle varietà arancioni, contiene
numerose sostanze antiossidanti, soprattutto beta-carotene. Pur trattandosi
di un frutto molto acquoso, vanta un contenuto in Vitamina A superiore
a 5.000 U.I: per fare un paragone, la maggioranza degli altri frutti
e verdure hanno un contentuo che si misura nell’ordine di alcune
centinaia di unità, fanno eccezione le carote (oltre 20.000)
vari frutti esotici come papaia, ananas e mango (alcune migliaia), rape
e spinaci (poco più di 4.000). Contiene inoltre molto potassio
e acido folico (vitamina B9), quest’ultimo estremamente importante
nei processi di formazione dell’emoglobina e in gravidanza. Per
contro, questa cucurbitacea non sempre è ben tollerata da tutti
e sono in aumento i casi di intolleranza alimentare. Esistono anche
molti casi in cui la semplice ingestione dell’alimento non è
sufficiente a produrre la sintomatologia clinica ma devono concorrere
alcuni fattori accessori, ad esempio un’intensa attività
fisica in prossimità dei pasti. Il melone non è ai primi
posti tra i frutti causa di allergie ma presenta reattività crociate
con chi ad esempio risulta ipersensibile a composite e graminacee. Discorso
a parte da fenomeni di tipo allergico, è invece la digeribilità.
Purtroppo l’odierna tecnologia ha stravolto a tal punto i processi
produttivi da rendere alimenti da sempre consumati dall’uomo,
così diversi da quelli conosciuti e riconosciuti dal nostro organismo,
da essere rifiutati o mal tollerati da esso. Nello specifico sono ad
esempio la catena del freddo, che consente di raccogliere i frutti non
al momento della maturazione rendendoli più adatti alla conservazione
e trasporto, ma certo non consoni al consumo umano. La pratica di campo,
con l’impiego massiccio di fertilizzanti, aumenta considerevolmente
il livello di nitrati nella polpa, e questo è deleterio per la
salute umana, al punto che esistono normative specifiche che ne limitano
il contenuto al di sotto di una soglia di pericolosità. Infine
le importazioni hanno fatto perdere il senso della stagionalità
alle persone. Possiamo andare a fare la spesa e trovare qualsiasi frutto
in qualunque mese dell’anno, ma nonostante l’aria condizionata
e il riscaldamento, il nostro corpo non è slegato dai cicli annuali
e ciò che può ben tollerare e gradire a luglio, potrebbe
non essere altrettanto ben accetto dal nostro stomaco sulla tavola imbandita
per Natale. Anche l’abitudine di consumare il melone molto freddo
non aiuta anche, innegabilmente, ciò appaga il nostro palato.
Una curiosità, avvolta tra storia e leggenda ma comunque significativa
ai nostri fini, è la presunta morte di Alfonso I d’Este
(duca di Ferrara, Modena e Reggio dal 1505 al 1534) a causa di una indigestione
di meloni.
Le origini del melone (Cucumis melo) sono antichissime ma piuttosto
incerte. Secondo Linneo e De Candolle la specie sarebbe originaria dell’Asia
centrale, mentre, secondo altri studiosi, è più probabile
che provenga dalle zone tropicali e sub tropicali dell’Africa,
dalle quali si sarebbe diffusa in seguito in India, in Cina e in tutto
il Medio Oriente, giungendo infine nel bacino del Mediterraneo. Solo
successivamente, da qui, sarebbe stata introdotta in America. Nel nostro
Paese il melone sarebbe stato introdotto nell’antichità,
probabilmente nel I secolo a.C., come dimostrano alcuni dipinti raffiguranti
poponi rinvenuti negli scavi di Ercolano. Il primo autore a segnalarne
la presenza in Campania, denominandolo melopepaes, è Plinio,
il quale racconta che il frutto era particolarmente gradito all’imperatore
Tiberio. In Italia quindi la coltivazione del melone ha tradizione molto
antica e radicata, al punto da diventare il simbolo delle province di
Ferrara, Modena e Bologna.
Il panorama varietale del melone è estremamente vasto: tra varietà,
cultivar e ibridi selezionati, esiste un’ampia possibilità
di scelta tra forme, colori, produttività, pezzatura, serbevolezza,
precocità e resistenze ai patogeni.
Ecco qui di seguito una breve panoramica delle selezioni certificate
bio e biodinamichecon le caratteristiche principali:
Melone Cantalupo di Charentais: varietà molto precoce, adatta
per serra e pieno campo, il frutto è tondo e di media dimensione
(1 kg circa), buccia liscia e sottile di colore giallo-verde, con coste
poco marcate. Polpa arancione molto serbevole e profumata;
Melone Tendral verde: frutto ovale di grandi dimensioni (2 kg circa)
con buccia dura e rugosa di colore verde scuro. Molto conservabile
Melone Troubadour: frutti tondi di dimensione media (1 kg), varietà
precoce
Melone arancino: frutti piccoli e sferici (600-800 gr) con buccia finemente
retata, polpa arancio intenso, dolcissima.
La vastissima gamma di selezioni ibride che, ricordiamo, non consentono
l’autoproduzione di semente, comprende numerose tipologie, soprattutto
riconducibili alle tipologie Harper e Supermarket che presentano caratteristiche
di resistenza a vari patogeni:
Macigno ibrido ovale per coltura protetta, polpa gialla di colore intenso,
resistente a Fusarium e oidio;
Derby: frutto retato-solcato con buccia verde-chiaro e polpa consistente,
ciclo tardivo per coltura protetta, resistente a Fusarium e oidio;
Romolus: frutto tondo-ovale, molto produttivo, medio precoce e adatto
per coltura protetta, resistente a Fusarium, oidio e afidi;
Auriol: tipologia charentais, con frutti tondi e lisci di colore verde
scuro, molto aromatico e zuccherino, resistente a Fusarium, oidio e
afidi, sensibile agli sbalzi idrici è molto soggetto a fessurazioni;
Delizia: spiccata precocità in pieno campo, frutto ovale, giallo
paglierino con retatura marcata, resistente a Fusarium e oidio;
Greystone: ciclo tardivo in pieno campo, frutto verde-grigio ovale,
produzione abbondante e regolare, resistente alle fessurazioni da siccità,
a Fusarium e oidio.
La semina non presenta particolari difficoltà poiché
il seme germina facilmente. Si può effettuare la semina diretta
posizionando due o tre semi per buchetta, direttamente in campo, oppure
preparare i piantini in semenzaio ed effettuare in un secondo tempo
il trapianto. Secondo la concezione biodinamica, il melone è
una pianta da frutto e in tal senso si avvantaggia di semine e raccolta
effettuate in giorni di frutto, mentre le lavorazioni e le cure colturali
vanno effettuate in giorni di fiori.
La coltura occupa il suolo per un periodo che va dai 120 a 200 giorni,
pertanto la gestione delle malerbe va pianificata con cura in quanto
a pieno sviluppo diventa difficoltoso effettuare la scerbatura senza
danneggiare la pianta. La pacciamatura con teli plastici consente sia
di gestire le infestanti, sia di mantenere sani e puliti i frutti che
non vengono così a contatto con il suolo. Il melone sfrutta bene
la fertilità dei suoli organici purchè non si tratti di
concime organico fresco, in tal caso si induce una caotizzazione del
ciclo dell’azoto che disturba la pianta, creando squilibri e favorendo
l’insorgere di fisiopatie (spaccature dei frutti, marciume apicale)
e di malattie fungine e batteriche. Per sostenere la produzione (il
carico ideale di frutti dovrebbe essere compreso tra 2 e 6 chili per
non avere scadimenti qualitativi in termini di dimensioni del frutto,
colorazione e serbevolezza della polpa) occorre provvedere a un’irrigazione
frequente a volumi ridotti in modo da non creare pericolosi ristagni
idrici. Può essere utile provvedere alla cimatura dei primi germogli
in modo da favorire l’emissione di getti laterali e in tal modo
aumentare la produzione di fiori femminili.
Le principali avversità che teme il melone sono l’oidio,
i marciumi del colletto, gli afidi e il ragnetto rosso. Per i funghi
tellurici occorre in primo luogo prevedere ampie rotazioni e prediligere
terreni non pesanti, bensì ben drenati. Una buona vitalità
del suolo, data dall’incorporazione di materiale organico ben
compostato, dalla preservazione dell’humus e dal mantenimento
attivo delle popolazioni microrganiche (gestione oculata delle lavorazioni,
copertura vegetale con sovesci e pacciamatura verde, rotazioni e avvicendamenti)
è la prima azione da fare per impedire il proliferare di crittogame
dannose nei suoli agrari. Ovvio che tutto questo non può essere
demandato a pratiche di breve periodo ma va pianificato a lungo termine
come gestione ordinaria dei campi coltivati. Occorre in secondo luogo
partire da materiale di propagazione sano ed evitare il più possibile
forme di stress alla coltura. Il trapianto va effettuato in luna discendente
e si può fare un bagno di radici in una sospensione ad esempio
di fladen per migliorare l’attecchimento e stimolare la radicazione.
Il mal bianco colpisce l’apparato fogliare del melone fino a provocare
anche la morte stessa della pianta in caso di attacchi gravi. Lo zolfo,
sia in polvere che bagnabile, è molto efficace contro tale fungo
ma, anche se si tratta di un prodotto di copertura è necessario
ricordarsi (anche negli orti familiari) di ripettare il tempo di carenza
che, a seconda del formulato, da va 5 a 7 giorni. Anche il fungo Ampelomyces
quisqualis (commercializzato con il nome di AQ10) svolge un’azione
di contenimento contro l’oidio delle cucurbitacee. Le spore di
Ampelomyces quisqualis che vengono distribuite con il trattamento, una
volta a contatto con il micelio ospite, germinano e danno origine ad
un tubetto che penetra nel micelio dell'oidio parassitizzandolo e conducendolo
a morte. Può avere un’azione di contenimento anche l’impiego
di zolfo silice al dosaggio di 5 gr per 30 litri d’acqua dinamizzati
per un’ora e distribuiti finemente sulla coltura al mattino in
una giornata soleggiata.
Per gli attacchi di afidi e ragnetto rosso si possono impiegare ad esempio
il macerato d’ortica, il decotto d’aglio, lavaggi con acqua
fredda (piuttosto efficace contro gli acari), piretro naturale e olio
bianco estivo.
Cristina Marello
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