Sul mais transgenico
Caro Giovanni Rizzotti,
Leggo nell’Informatore agrario n°34 l’accorata
lettera al ministro Luca Zaia del maiscoltore Aurelio Pasti, implorante
la sperimentazione in campo aperto di mais transgenici. In realtà,
la lettera, più che con il cuore, è scritta con la tasca.
Di fronte alle quotazioni di mercato che non coprono le spese di coltivazione,
Aurelio gradirebbe produrre quantità ancora maggiori di mais,
usando sementi geneticamente modificate, nonostante i pericoli per
la salute e per l’ambiente. Non credo di travisare la realtà
essendo agricoltore biologico da più di un terzo di secolo,
ma mi pare che i prezzi siano così bassi proprio a causa di
una crisi di superproduzione. È una superproduzione avviata
con l’introduzione degli ibridi nel dopoguerra, alla quale si
pose parziale rimedio allevando bovini e suini in quantità
spropositata.
Aurelio si lamenta, inoltre, che il suo mais è tanto colpito
dalla piralide e prospetta la soluzione con lo sterminio della farfallina
usando semente transgenica contenente geni produttori del bacillo
turingense, che lesiona l’apparato boccale delle larve di lepidotteri
che osino nutrirsi del prezioso mais, fino alla morte. È un
atteggiamento da “guerra preventiva”, che giudico molto
pericoloso.
La lettera di Aurelio Pasti non è stata molto fortunata, a
comparire nello stesso fascicolo che contiene il resoconto di una
ricerca triennale, che ha verificato presenze notevolmente minori
di micotossine nel grano duro coltivato biologicamente.
Piuttosto che dedicare le poche risorse disponibili per la ricerca
a verificare vantaggi e svantaggi degli OGM, mi sento di suggerire
all’amico Luca Zaia di indirizzare le ricerche sugli effetti
delle varie operazioni agronomiche e verso la resistenza differenziale
delle varietà di mais, non tanto alla piralide (la cui influenza
negli attacchi fungini sembra piuttosto modesta) quanto alla formazione
di micotossine, che è un problema in questo periodo molto sentito.
Naturalmente, però, non ci si dovrà limitare agli ibridi,
che sono geneticamente troppo simili tra loro, ma si dovranno verificare
anche le nostre vecchie varietà locali da polenta.
Sapere se sono più o meno sensibili le varietà vitree
rispetto a quelle farinose, quelle intensamente colorate rispetto
a quelle pallide oggi più diffuse, conoscere l’influsso
dell’ambiente, delle rotazioni e delle concimazioni, può
orientare il coltivatore di granoturco ed il costitutore di sementi
nella direzione delle produzioni di maggiore qualità, che è
in genere la migliore risposta ai periodi di crisi.
Vive cordialità.
Guido Fidora – fidora@libero.it
Presidente della sezione Agricoltura biologica di Confagricoltura
veneta
Vicepresidente dell’Associazione veneta dei produttori biologici
Cona (Venezia), 16 settembre 2009.
Tf. e fax 0426509136