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RECUPERO DI FRUMENTI
DI QUALITA' E FILIERA DEL PANE
L’argomento in discussione, Recupero di sementi di qualità
e filiera del pane, è molto complesso e per le ovvie limitazioni
di spazio e tempo permesse ad ogni relazione, può essere schematizzato
in poche e semplici operazioni concettuali.
Il nostro mondo occidentale e nello specifico italiano, è caratterizzato
storicamente dal punto di vista alimentare, dal consumo primario di
pane e pasta, cioè dei derivati del frumento. E’ ormai
accertato che nel profilo della sicurezza alimentare, le granaglie e
derivati non sono perfette, e le minaccie alla salute nell’ultimo
mezzo secolo correlate all’uso dei farinacei , sono aumentate.
Ora il termine citato, sicurezza alimentare, esprime il semplice fatto
che ciò che mangiamo oltre che costituire la fonte di energia
e la materia di riparazione per la vita biologica, deve rispettare al
meglio le funzioni della vita stessa e non arrecare danno rilevabile
alla salute. Troppo spesso questo requisito della sicurezza degli alimenti
non viene garantito, o per ignoranza delle metodiche produttive o per
tornaconto del produttore, che mette sul mercato prodotti lesivi sia
nel breve che nel lungo termine. Un recente tentativo di correzione
del problema è venuto dalla introduzione dei funzional food,
ma queste considerazioni per ora sono fuorvianti.
Riassumo brevemente la situazione agraria e i suoi cambiamenti.
Nel secolo scorso, negli anni 20, la produzione di frumento per ettaro
era stimata intorno ai 10 q/ha, e negli anni 30 la campagna del grano
(epoca fascista) portò già nel 1936 a produzioni di 16
q/ha. Questo successo nell’incremento produttivo, si è
realizzato con l’impiego di sementi selezionate (vedi i Lavori
di N. Strambelli) dette sementi elette, scelte per fertilità
e per requisiti podologici (il terreno di coltivazione). Questa politica
della ulteriore selezione di varietà (si chiamano cultivar, CV)
e la meccanizzazione negli anni 60 con la concimazione chimica generalizzata
ha portato a raddoppiare, poi triplicare le rese, fino agli attuali
70 q per il tenero in pianura, e i 35-45 in collina. Le rese del grano
duro sono naturalmente più ridotte, dipendendo da genetica e
terreno.
Alla valutazione superficiale questo incremento può apparire
un bene senza ricadute negative, perchè immaginiamo che con più
prodotto disponibile ci sia meno fame nel mondo (ma sappiamo bene che
l’equivalenza è falsa). Esiste naturalmente l’altro
lato della medaglia: in epoca anteguerra in Italia (ma l’esempio
vale per tutta l’area mediterranea) il fabbisogno di frumenti
era garantito in buona misura dalla piccola proprietà contadina.
Le sementi venivano prodotte e riseminate dal coltivatore con piccoli
appezzamenti, garantendo la sopravvivenza di varietà di granaglie,
generalmente locali e tutte ibridate, cioè con genoma eterogeneo.
Le sementi elette, a genoma omogeneo, essendo brevettate, e quindi da
acquistare tramite Consorzi e certificazioni ENSE, non erano sempre
convenienti e finchè è sopravvissuta la piccola proprietà
fondiaria, il frumento e dunque il pane , era realizzato a partire da
sementi non elette. Teniamo a mente questo particolare, perché
sarà chiaro il suo significato procedendo nel discorso. Non mi
riferisco al solo aspetto della tutela della biodiversità genetica,
certamente importante, (e non solo dal punto di vista bioetica) ma ad
un altro fattore di rischio che di seguito spiego.
Negli anni 60 il mondo contadino completa la fuga dalle campagne, le
piccole proprietà vanno in abbandono e la produzione agraria
italiana si allinea come il resto del mondo su coltivazioni a resa garantita,
solo sementi selezionate e certificate, e questa è tuttora la
realtà del grano e degli sfarinati in commercio. A volerle contare
sono poche varietà, e nella mia piccola esperienza (da 20 anni
in famiglia gestiamo un fondo montano qui in Appennino) in questi anni
di semina e raccolto ho visto passare per il campo sempre quelle solite
5-6 varietà di tenero (Panda, Serio, ecc) totalmente inadatte
alla panificazione se utilizzate da sole.
La panificazione industriale e artigianale richiede di necessità
(pena la lievitazione difficoltosa o addirittura invalida) dei requisiti
tecnici nelle farine, si chiamano reologici, e corrispondono principalmente
alla presenza quantitativa di sostanza proteica. Quando le caratteristiche
di impasto sono in difetto, si provvede alla correzione con aggiunta
di farine di forza (Manitoba, e.a.) uscite dai laboratori di ricerca
della genetica agraria dagli anni 50 in avanti. Naturalmente tutto questo
è più che lecito e legittimato dalle scienze della alimentazione,
che fino ad ora non hanno mai messo in discussione la bontà di
tali operazioni.
Resta il fatto che le patologie correlate all’uso di frumenti
in Italia (e nel Mondo) sono cresciute in mezzo secolo con un rapporto
stimato da 1 a 10, (dipendendo dagli studi relativi) per una popolazione
che però consuma un quinto del prodotto incriminato rispetto
a 50 anni fa. (dunque per la matematica l’aumento delle patologie
va da 5 a 50 volte). I dati di aumento si riferiscono alla celiachia,
ma non esiste solo tale malattia , esistono le patologie allergiche
e non prendo in considerazione deliberatamente il capitolo contradditorio
delle intolleranze alimentari perché in questo momento porterebbe
lontano.
E’ naturale allora chiedersi perchè succeda tutto questo.
Le risposte della letteratura medico scientifica, sono tante e poche
le certezze. Gli studi che ho raccolto da anni dimostrano ampiamente
che le patologie frumento correlate sono cresciute per l’impiego
prima di tutto di varietà cultivar di sementi più immunogene,
più citotossiche. E secondo, ma ancora più importante,
la tecnologia molitoria e panificatoria da 50 anni in qua è profondamente
cambiata. La molatura prevalente avviene con mulini industriali (non
più a palmenti in pietra, oramai scomparsi quasi totalmente nel
mio territorio appenninico) che allontanano il germe del grano, perché
responsabile di instabilità e irrancidimento della farina nel
medio termine. E ancora, la panificazione industriale utilizza come
lievito standard il lievito di Birra, il Saccaromyces C. che non determina
panificazione acida e dunque non attiva la degradazione enzimatica delle
gliadine citotossiche (almeno nella celiachia). Non ultima responsabilità,
l’utilizzo pressoché generale delle sementi elette, come
ho sopra anticipato.
Il problema delle sementi elette viene ignorato dalla letteratura specifica.
Per esemplificare e rendere intelligibile il significato di questa osservazione,
racconto una storia reale.
Non è una favoletta, ma il resoconto del processo che ha portato
alle sementi elette.
Un amico produttore agricolo dell’Umbria, nel tentativo di produrre
le vecchie granaglie del passato, mise in coltura circa 20 anni il farro
reperito in zona da piccoli produttori.
Il primo anno la resa fu buona in termini di sfarinato, ma solo idonea
a pastificio. L’anno successivo lo stesso seme nella produzione
non realizzò pari prodotto e perse le caratteristiche di idoneità
all’impasto. Nella ricerca delle cause dell’insuccesso,
l’amico produttore ha sottoposto la semente a indagine genetica
(istituto di Genetica Agraria, Perugia) con costi inimmaginabili: Ne
è emerso che in pieno campo aveva almeno 250 varietà che
nell’insieme definivano un ibrido di coltivazione.
Preciso che questa realtà era quella ordinaria della coltivazione
della piccola proprietà contadina, che riseminava il prodotto
conservato da raccolto personale, e questa procedura è andata
avanti per secoli.
Veniamo al seguito. L’amico ha isolato una spiga, 20 cariossidi
o semi, seminati in una fila di un metro lineare, al raccolto, 20 spighe,
che diventano alla semina 1 metro quadro, anno successivo 20 metri quadri,
ancora dopo un anno 400 metri e infine al sesto anno 8 ettari, cioè
la quantità di terra idonea alla coltivazione da reddito. Se
questa procedura parte con diverse varietà, ovviamente si provvede
a isolare e coltivare le più redditizie per quel terreno e le
più promettenti per idoneità all’impasto. Così
facendo il coltivatore citato ha provveduto a isolare alcune varietà
pure e a brevettarle all’Ense. Giusta ricompensa per tanta fatica.
Ma con questo aneddoto ho raccontato più o meno quello che hanno
fatto Strambelli e la sua scuola dagli anni 20 in avanti, all’epoca
della battaglia del grano. Le sementi elette sono nate per isolamento
e riproduzione da singola spighetta. E il tempo ha portato a selezionare
le varietà più produttive e panificabili o pastificabili.
Ciò significa che ogni granaglia certificata deriva tutta da
un unico campione genetico (salvo ibridazioni impreviste in pieno campo).
In termini pratici che cosa significa tutto questo? Chi ha studiato
le granaglie, sa che ogni variante genetica (sono oltre 10000 le granaglie
tipizzate nel grano e il numero dipende dalla presenza-assenza dei geni
codificatori, che mescolandosi ripetutamente definiscono gli alleli
diversi.), ripeto ogni variante genetica ha una sua mappa genetica e
una mappa proteomica, ossia dispone di una sua capacità di sintesi
proteica, diversificata per piccole caratteristiche dai cultivar diversi.
Le differenze sono piccole ma nell’insieme sono tante. Lo sfarinato
di una semente eletta ha un proteoma quasi costante (dipendendo dalla
purezza, sempre molto alta). Lo sfarinato di semente ibrida prevede
100-1000 varietà ibridate e dunque altrettanti proteomi, e assetto
proteico variabile. Ciò significa che da granaglia ibrida le
gliadine e glutenine arrivando all’intestino sono degradate in
polipeptidi che non sono più costanti quanto quelli di una semente
eletta. Il sistema immunitario realizza una risposta proporzionata alla
entità dello stimolo, che se è costituito da mille frazioni
anziché poche, diluisce l’effetto citotossico e la stimolazione
dei cloni linfocitari attivi nella malattia. Il messaggio immunogeno
sembra dunque amplificato dalle sementi elette. Questa osservazione
non è attestata nella letteratura, ma credo che il tempo e la
ricerca in tal senso potranno validarla.
Ho riassunto nei minimi termini le responsabilità certe (e l’ultima
incerta) della situazione panificatoria attuale, e se ritenuto utile,
posso estendere il discorso con tutte le prove evidenti delle tesi esposte.
Trovata la causa, sarebbe semplice il rimedio, almeno in apparenza.
Sarebbe sufficiente recuperare le vecchie sementi in uso anteguerra,
sarebbe sufficiente coltivarle con le metodiche agrarie biologiche (rispettose
dell’ecosistema terreno e acque reflue) con fornitura di azoto
a lenta cessione (organico, letame e affini) che come dimostrato da
studi accreditati, reindirizza la produzione di gliadine verso frazioni
peptidiche meno citotossiche (documentazione disponibile). Sarebbe sufficiente
molare (è inutile sognare i mulini a pietra, visto che sono scomparsi
pressoché totalmente) rispettando la presenza nella farina anche
solo parziale del germe (che è vero che irrancidisce la farina
prima, ma mi domando, che bisogno c’è di produrre farina
da conservare 6 mesi?), garantendo così la sopravvivenza delle
proteasi naturali rilasciate dal germe, sarebbe sufficiente panificare
con starter (lieviti) a pasta acida, e solo rispettando queste procedure,
ci sono studi che sostengono l’abbattimento delle citochine (le
frazioni citotossiche) a meno del 15 % e fino allo zero, rispetto alle
quantità attuali presenti nel pane.
Ma tutte queste operazioni chiedono lavorazioni e tecnologie diversificate,
e impegno di tempo nella lavorazione e produzione del bene (il pane)
a costi leggermente superiori, e con la crisi economica attuale c’è
poco da lusingarsi. E in ogni caso, la storia e l’esperienza insegnano
che i ritorni al passato sono deludenti, meglio correggere le tecnologie
esistenti.
Una cosa è certa. Da almeno 15 anni le istituzioni che si occupano
della produzione e qualità degli alimenti (nel caso pane e derivati)
hanno raccolto almeno nelle dichiarazione di intenti, questo malessere
o sentore di minaccia alla salute, e nel tentativo di correggere almeno
l’orientamento agrario produttivo, sono stati avviati una miriade
di progetti regionali (personalmente ne ho raccolti da rete, alcune
decine) sulla Filiera del Pane e il recupero di frumenti antichi, tutti
con l’obiettivo di produrre e commercializzare un bene alimentare
più sicuro quanto al profilo salute. E in tale direzione ci siamo
attivati (i produttori del biodinamico, e altri come il sottoscritto,
produttori di biologico) con la modestia dei mezzi che caratterizza
i piccoli, ma con la grandezza di vedute e l’entusiasmo che le
istituzioni non possono avere.
Per ora si può fare molto, almeno sul piano della conoscenza
del problema, si può creare una piccola free-University del pane
e dei frumenti, si può creare un centro studi che metta a disposizione
degli interessati i dati certi e sostenibili. Certamente la pratica
vale più della grammatica, e non possiamo contentarci solo della
migliore conoscenza del problema Sicurezza alimentare e frumenti. Dobbiamo
avviare (con i fornai interessati) una filiera corta, una via di produzione
e distribuzione lecita e alternativa a quelle esistenti.
Guido Baldelli, guibalde@tin.it.
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