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DIALOGARE TRA VIVENTI
Domanda. La fisica moderna è stata sconvolta dalla teoria quantistica che ci ha fatto passare da un mondo in apparenza ben netto nel quale gli oggetti sono quello che sono in modo indipendente, ad un mondo in apparenza più incerto dove un oggetto può essere un misto di stati contraddittori ed essere influenzato dal fatto che si osserva. Tutto questo ha avuto un’ impatto sulla scienza nel suo insieme? Risposta. Sì, certamente; tuttavia la fisica
quantica, malgrado i suoi successi sperimentali che amplificano quelli
della scienza classica, considera solamente degli oggetti. Per cui
il soggetto è là dentro? Bisogna che ce ne sia uno perché
ci sia una misura, ma è al di la della descrizione. Questo
evidenzia una “incompletezza” della teoria quantistica:
ci si ritrova in un universo dal quale ci si astrae e questo è
evidentemente impossibile poiché ne facciamo parte. Nel Giudaismo,
la cui tradizione mi impregna, c’è un passaggio della
Pasqua giudea che sottolinea questa differenza tra il saggio e i pervertiti:
il saggio è colui che si include, come parte pregnante, nell’universo
che studia, al contrario il perverso lo considera al di fuori, evitando
di includersi. Tutto ciò mi ha sempre colpito perché
in questa ottica, la scienza contemporanea tende ad essere perversa
dal momento che esclude il soggetto dalla descrizione del mondo….Questa
esclusione, intimamente presente in questo modo di fare, si traduce
in delle conseguenze, cioè in una società risultante
da una conoscenza acquisita da questa possibilità: rivelando
le prospettive attuali sulla scomparsa delle specie a causa delle
attività umane. Salvo che…ci si renda conto in tempo
che la scienza può e deve includere il soggetto. D. La scienza da questo punto di vista è
migliorata ? D. Lei pensa quindi che questo aspetto della scienza, che lascia il soggetto all’esterno dell’oggetto, crei nello stesso tempo un sistema di pensiero che lascia a noi il diritto di fare tutto sugli oggetti poichè noi siamo all’esterno? R. Sì, effettivamente è qualcosa del genere.
E’ una scienza che non si occupa del soggetto allo stesso modo
nel senso che non sospetta il soggetto nell’oggetto, come se
si potesse impunemente rompere la materia o ricombinare i geni. Tutto
ciò significa questa violenza, perché in definitiva,
essa è rivolta contro noi stessi poiché noi siamo fatti
di questi stessi elementi. Quando Pascal ha detto: “Il nemico
non è il nostro vicino né gli stranieri, ma sono i batteri
ed i virus”, è stato un progresso da un lato, ma nello
stesso tempo uno spostamento fobico. Si deve arrivare a riconoscere
il soggetto nei batteri se si vuole dialogare con loro, addomesticarli
e non avere più questo comportamento di panico che può
suscitare un atteggiamento aggressivo, miope. Quello che è
importante, al contrario, è fare un passo avanti nella scienza
in cui il soggetto e l’oggetto abbiano ciascuno il proprio posto.
Come può dunque essere una scienza che includa il soggetto?
Prendiamo un esempio per illustrarlo. Se io dico “ questo tavolo
è stabile” non è la stessa cosa che dire “
io vedo questo tavolo stabile”. Nel primo caso- che descrive
qualcosa che io non posso completamente verificare con un po’
di estrapolazione o di autorità: non ci sono elettroni che
si muovono all’interno, senza che io possa osservare la loro
traiettoria….- c’è un’esclusione del soggetto;
nel secondo caso- molto reale, in quanto l’onesta testimonianza
precisa le condizioni di quello che enuncia- c’è l’introduzione
di un “io”. Allora io sono portato a considerare, non
più quelle che sono le proprietà dell’oggetto
poiché esso non si muove, ma quello che debba essere il rapporto
tra il soggetto e l’oggetto perché questo soggetto misura
sempre la stessa cosa, e non è simile. D. L’inclusione del soggetto nella teoria l’ha condotta ad una scoperta inattesa….. R. Conduce ad omogeneizzare matematicamente le espressioni introducendo dei parametri “dal lato del soggetto”. Ma ci sono delle tracce di questo nella realtà? Lavorando sulle masse di particolari elementi, ho fatto due osservazioni interessanti: la presenza di un obbligo di invarianza di scala, come in una serie musicale transposable; e relative armoniche. Ciò che è ugualmente interessante è che sembra che anche le particelle più stabili di un certo valore fissato dall’esperienza siano sulla stessa gamma temperata, e che questo valore è pertinente in biologia, dove corrisponde alla durata dell’aggancio di un aminoacido su un ARN di trasporto- pere la durata tipica del processo di sintesi delle proteine. Quello che è ancora più significativo constatare è che, nella sintesi delle proteine, dal punto di vista della sola meccanica quantistica, la successione di frequenze associate dovrebbe essere casuale, oppure non è nulla. Si arriva alla conclusione che esistono effettivamente delle dimensioni del soggetto in cui le proprietà si manifestano. Si ha allora, dal punto di vista oggetto, una successione di frequenze, all’esterno ma che fanno eco a quella che si produce all’interno del soggetto considerata come un’onda unica in cui il soggetto modula l’unità della frequenza; tra le due si stabilisce la risonanza e questo si traduce in un aumento del tasso di sintesi della proteina. D. Lei è così arrivato, grazie a questo calcolo di frequenze quantiche associate all’aggancio degli aminoacidi, ad una traduzione in termini musicali della serie di frequenze aventi un’influenza sulla sintesi delle proteine. R. E’ così, anche se non è corretto parlare di musica. Io ho chiamato “proteodies” questa serie di frequenze. Se li si trasforma in suoni musicali, si osservano delle cose molto simili, strutturalmente, alla musica: una progressione che evita le dissonanze, favorisce le frequenze vicine e presenta delle regolarità ritmiche. Eppure qui c’è un particolare: : se l’ascoltatore ha bisogno di tale proteina, per delle ragioni di salute, la sua melodia gli sembrerà “piacevole”; se non ne ha bisogno, la melodia gli sembrerà bizzarra senza che sappia spiegare il perché. La musica è un’attività umana cognitiva, si può concettualizzare, memorizzare- tanto che una proteodies non è fedelmente riproducibile a memoria dall’ascoltatore, fosse anche il più dotato dei musicologi. C’è sempre una perdita di informazioni, una semplificazione letteralmente irreprensibile, strettamente legata, sembrerebbe, alla trasmissione delle onde… Soggetto ed oggetto si articolano qui, intimamente. Esistono delle applicazioni terapeutiche che, dopo anni di studi clinici, hanno iniziato ad essere aperte al pubblico in Giappone, nelle quali si ascolta la proteodie di una proteina di cui si ha ragione di pensare se ne abbia bisogno per guarire, è un test di ascolto che permette precisamente di verificare. Si constata che è prudente fermare l’ascolto quando la sensazione piacevole sparisce. E’ questo che permette di evitare gli effetti secondari dovuti al sovradosaggio della proteina incriminata. E’ effettivamente una forma di medicina che il soggetto può controllare perché padroneggia il suo ascolto; l’ascolto del polso può essere ugualmente utilizzata per questo, da una terza persona in particolare. L’emozione percepita con l’ascolto si traduce in effetti in un aumento del battito del polso radiale che termina quando l’emozione sparisce. In Francia, in Europa e in Africa soprattutto, delle prove sono state effettuate su differenti piante da una dozzina d’anni. I risultati sono spettacolari, pomodori più grandi, resistenti meglio al calore ed alle malattie, stimolazione della fotosintesi delle alghe, resistenza alla malattia delle vigne evitando di ricorrere a trattamenti chimici. Ci sono dunque delle vie realmente alternative rispetto a quelle proposte dalla scienza attualmente con l’introduzione degli OGM. D. Sappiamo bene che all’inizio la musica tradizionale era terapeutica. R.Sì, numerosi sciamani hanno trovato per esempio delle melodie che agivano sulla salute dei loro pazienti. Queste musiche, cicliche, ripetendo certi passaggi che sono in effetti dei frammenti dei proteodies, hanno una certa probabilità di “agganciare” una sequenza di aminoacidi che presentano una sequenza quasi identica di intervalli di frequenza in un processo di sintesi. Nelle pratiche sciamaniche, c’è sempre un momento in cui lo sciamano, in trans, trova “l’aria giusta” che canta alla persona che sta curando. Ho avuto l’occasione di ascoltare vari esempi di questi canti, effettivamente composti di frammenti di proteodies allo stato grezzo, di corti frammenti ripetuti. Per i compositori di musica, le cose avvengono in modo differente, essi percepiscono l’ispirazione da un frammento di proteodies avente una pertinenza nella loro situazione particolare ed in seguito progettano ed elaborano una musica. E’ così, ad esempio per celebre canone di Pachelbel di cui gli effetti anti-stress sono ben conosciuti. La famosa frase di otto note appare nel tema di una proteina di regolazione dello stress. Io ho travato centinaia di esempi di questo genere. Ma per delle ragioni strutturali è impossibile ad uno sciamano come ad un compositore di percepire più di una stretta finestra di ispirazione, di circa una dozzina di note al massimo, paragonando centinaia di note dei proteodies con effetti proporzionalmente più importanti.C’è dunque qualcosa di completamente nuovo. D. Le tradizioni orientali mostrano il suono come prima manifestazione e per lei è il suono che organizza i viventi perché presiede alla sintesi delle proteine. R. E’ vero che anche nel Cristianesimo è il Verbo il creatore e nell’ebraismo è la melodia sulla quale si sono allineate le lettere. Ricordo di essere stato colpito, in un tempio buddista in Giappone, ascoltando il prete iniziare una specie di canto tenendo il gong accanto a lui che dava risonanza metallica alla sua voce. Intonava questo canto nel momento in cui le persone avrebbero dovuto deporre il loro obolo. Quello che mi ha colpito, è la vicinanza di questo canto – molto simile a quello che si ascolta nelle sinagoghe al momento dell’offerta; meno elaborato dal lato timbrico, ma più esplicito sul piano melodico- con il tema di una proteina che fissa i metalli, precisamente il rame, l’oro e l’argento. Si può comprendere senza difficoltà che se la persona fissa meglio il metallo avrà meno difficoltà a separarsene…..Bisogna fare molto attenzione, non è un gioco. D. Tutto ciò si collega all’etica alla quale lei è così appassionato…. R. C’è un messaggio da far passare perché
l’uso che si fa delle cose resta determinante : c’è
una responsabilità a ciascun livello. Un proteodie per esempio
permette di eliminare velocemente i vapori dell’alcool, ciò
è molto interessante per le persone che devono guidare, ma
questo non li deve incitare a bere di più….Un uso moderato
delle proteodie nel campo della salute conduce per natura ad una democratizzazione
della medicina, una medicina da “padre di famiglia”che
possa curare il prossimo. Un uso immoderato condurrebbe a dei problemi
perché non si può regolare l’insieme dei geni.
Ci sono circa trentamila geni nel genoma umano e si conosce la funzione
di poco più di mille tra loro, io ne ho decodificati circa
milleduecento ma penso che ci sia un limite al fatto che una persona
possa decidere del suo organismo, resta un incosciente incompromibile.
C’è per ciascuno quello che è importante conoscere.
Andare oltre può essere un gesto suicida se lo spinge all’estremo,
guardate l’esempio di Socrate. Noi siamo un po’ come nella
parabola dei quattro rabbini che si sono smarriti nel Paradiso, il
primo perde la vista, il secondo la ragione, il terzo la fede (il
Talmud dice che ha calpestato i fiori, ciò sembra molto attuale
!), il quarto ne esce in pace. Perché? Perché ci è
entrato in pace, cioè ha fatto quello che gli corrisponde e
niente di più. D. Allora è la medicina piuttosto che ha un vocabolario guerriero. R. E’ drammatico. C’è questo immenso potere delle multinazionali del settore, oggi dominanti, ma che non hanno saputo fino ad ora passare alla tappa successiva, cioè quella di dialogare con il vivente, quella in cui il paziente è veramente soggetto. Si avrebbe allora un superamento della fobia all’estero, che sia un batterio o tutt’’altra cosa. Se ad esempio ho mal di gola, ho il virus della laringotracheite, se ascolto la proteodie che inibisce questo virus io la percepirò come qualcosa di piacevole e la mia voce migliorerà. Quello che ho introdotto in realtà è un dialogo con questo virus che è al mio interno. Quando una molecola, un virus, un batterio fa parte di un soggetto, ne fa effettivamente parte nel senso che una relazione esiste per questa appartenenza. Per esempio, il timbro dei proteodie corrispondenti dipende anche lui da questo contesto. Tanto che la fobie dei batteri, del virus, “dell’altro” non è superata, siamo nei tempi di guerra, a tutti i livelli e ritornerà perché non si arriva a superarla con un’altra comprensione. Ecco perché il mio messaggio mi sembra così importante oggi. D. Un proverbio dice: “ Un po’ di scienza allontana da Dio, molta scienza avvicina a lui” . Che cosa ne pensa? R. Oh, sono molto d’accordo. Guardate gli OGM:
è letteralmente un po’ di scienza, una possibilità
di agire che dà una forma di vertigine a coloro i quali scoprono
questo nuovo gioco del Lego- dell’ego bisognerebbe dire. Più
scienza porta allora ad accorgersi che ci sono altre leggi, che non
sono state prese in considerazione, altre forze che come nell’appello
del 18 giugno “non hanno ancora dato” ma sono ben presenti.
Introdurre dei geni differenti senza rispettare queste leggi ha tutta
le possibilità di introdurre delle dissonanze nella “musica”
della cellula, cioè delle configurazioni instabili, rapidamente
variabili, in poche generazioni in tutti i casi. In questo campo,
“prevenire è meglio che curare”: da qui l’insistenza
perché la comprensione teorica sia sufficientemente completa
prima di lanciarsi (en double aveugle). Non è sufficiente fare
dei testi per un’innocuità supposta, bisogna capire che
abbiamo a che fare con l’argomento, con tutto quello che questa
parola vuole dire. E dunque, naturalmente ed in maniera urgente, non
lasciare tutto ciò al di fuori del campo della scienza. Il
primo “principio di precauzione” afferma così:
rispettare l’oggetto di studio- c’è forse un soggetto
all’interno ! Lungi dall’essere un freno alla ricerca,
questa linea di condotta permette di sviluppare altre vie, fonti a
loro volta di reali progressi: è nel momento in cui è
riconosciuta come figlia dell’etica che la scienza diventa sinonimo
di progresso.
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