LA
CIMICE DEL NOCCIOLO
La cimice del
nocciolo in realtà sono tante cimici.
Una pluralità di specie appartenenti a diverse famiglie di
pentatomidi e coreidi che sono individuate quali la causa del cosiddetto
“cimiciato”: un’alterazione che colpisce il seme
delle nocciole e che negli ultimi anni ha assunto le proporzioni di
una vera e propria minaccia alla corilicoltura piemontese.
Si tratta di un’alterazione a carico del seme che si presenta
raggrinzito, con macchie brunastre necrotiche e con un odore e sapore
fortemente sgradevoli a causa dell’irrancidimento della mandorla.
A volte si riscontra anche la presenza di funghi quali ad esempio
Nematospora, ma pare proprio che il responsabile sia lei, la cimice,
che quindi si accaparra anche l’onore di dargli il nome appunto,
di cimiciato.
Alcune regioni italiane, tra cui il Piemonte, riservano particolare
attenzione per questa coltura di grande pregio e alcune varietà
hanno raggiunto una meritata notorietà grazie all’impiego
nell’industria dolciaria. L’alta scuola pasticcera non
contempla l’impiego di altri tipi di nocciole se non la TGDL
per le indiscutibili superiori qualità organolettiche e anche
i prodotti più commerciali si fanno un vanto di segnalarne
la presenza in etichetta. Quanta parte di TGDL sia poi effettivamente
contenuta in torte e pasticcini industriali, oltre alle nocciole d’importazione
estera, non è dato sapere. Fatto è che una cospicua
fetta di territorio collinare del Piemonte è investito a nocciolo
e in certi areali, quali ad esempio la Langa cuneese, è di
fatto parte costituente del paesaggio stesso.
Le cimici più diffuse sul nocciolo sono sostanzialmente due:
il pentatomide Palomena prasina e il coreide Gonocerus acuteangulatus.
Si tratta di insetti polifagi, presenti endemicamente su tutto il
territorio italiano, che vivono a spese di svariate specie agrarie
e forestali. La cimice del nocciolo compie una unica generazione all’anno.
Sono le forme adulte dell’insetto a svernare al riparo di cespugli,
sempreverdi e coperture erbacee. A primavera, dopo un breve periodo
di nutrizione a spese della vegetazione ospite, le femmine depongono
le uova isolate o in gruppi, sulle foglie e brattee del nocciolo.
Le neanidi, ovvero le forme giovanili della cimice, completano il
loro sviluppo nei mesi della tarda primavera-estate nutrendosi a carico
della pianta ospite. Raggiungono l’età adulta normalmente
in piena estate.
Il danno che la cimice provoca sul nocciolo è di tipo prettamente
qualitativo. L’insetto ha apparato boccale pungente-succhiatore
e infligge ai frutti del nocciolo punture di nutrizione con gli stiletti
boccali che infigge nel seme attraverso il guscio. Con la puntura
di suzione, l’insetto inietta della saliva nel seme causando
due tipi di reazione: se si tratta di punture precoci, il seme subisce
un aborto traumatico e alla raccolta si avranno nocciole con il guscio
normalmente formato ma con il contenuto totalmente atrofizzato; nel
caso di punture più tardive il seme completa il suo sviluppo
ma presenterà alterazioni del colore e soprattutto del sapore.
La presenza di cimiciato sul raccolto causa un forte deprezzamento
del prodotto, in effetti addentare un pasticcino ripieno e trovarsi
una nocciola rancida in bocca è un genere di pubblicità
che non fa piacere a nessuno. Ed ecco perciò la soluzione al
problema: trattare, trattare, trattare. E con quali prodotti? La cimice
è un eterottero particolarmente mobile, rustico e resistente,
occorrono insetticidi ad alto potere abbattente contro questo insetto
che, ricordiamo, essendo polifago, può vivere anche su varie
altre specie oltre al nocciolo, spostandosi di volta in volta alla
ricerca dell’ospite più appetibile. E allora un plauso
al ritorno tra i principi attivi ammessi all’impiego, bada bene,
in agricoltura integrata, all’endosulfan. E poi a seguire matathion,
fenitrothion, diazinone e tiacloprid. In agricoltura biologica, tanto
per non essere da meno, una miscela di piretro e rotenone potrà
causare altrettanto scempio dell’entomofauna utile e aumentare
il PIL. Già, perché fino a pochi decenni fa, il nocciolo
era una di quelle colture che chiedevano soltanto, si fa per dire,
il sudore della fronte. Ma in pochi anni, l’esercito dei fitofarmaci
hanno conquistato anche questa frontiera e oggi i corilicoltori sono
anch’essi pesticida-dipendenti: dal glufoninate per il diserbo,
ai trattamenti autunnali per preservare il legno, poi l’eriofide
a fine inverno da trattare con acaricidi e ora il cimiciato a giugno.
Non pochi poi, sono quelli che concimano con granulari di sintesi
perché si è riusciti a desertificare persino suoli che
dovrebbero essere ricchi in humus quanto un sottobosco.
Da notarsi la soglia di intervento stabilita nei disciplinari di produzione
integrata: 2 individui per pianta. Quando si tratta di un insetto
estremamente mobile e polifago. Quando esistono ancora molti dubbi
sull’identificazione univoca ed esclusiva della cimice quale
causa del cimiciato. Quando non si conosce ancora con certezza la
diretta proporzionalità tra presenza di cimici sul nocciolo
e la percentuale di cimiciato sul prodotto finito.
Pensiamo al costo in termini economici di simili interventi, su una
coltura che richiede alti volumi ed alte pressioni di esercizio, con
prodotti decisamente costosi. Pensiamo al costo, in termini ambientali,
della dispersione di sostanze insetticide ad alto potere abbattente
su una coltura arborea che occupa migliaia di ettari di superficie
in ambienti di collina e mezza montagna tra parchi verdi, aree protette
e zone tutelate. Tutto per sterminare un insetto la cui presenza è
endemica sul territorio e che può tranquillamente spostarsi
e continuare a vivere nei prati, negli orti familiari, nelle nostre
case… Due cimici per pianta. Ammettiamo pure che l’agricoltore
o il tecnico per esso, vada effettivamente a effettuare i controlli
per decidere se fare o meno i trattamento (!?!). Ammettiamo che il
trattamento sia efficace e indispensabile. Ma quale intervento impedirà
ad anche una sola cimice di pungere una sola nocciola su tutto il
territorio piemontese? E se il provvido Ambrogio offrisse proprio
quell’infausto cioccolatino alla signora in giallo di storica
memoria? Non avrebbe forse maggior senso prevedere un maggior controllo
delle nocciole in ingresso sulla linea di produzione con l’eliminazione
dello scarto? Questo darebbe davvero la garanzia totale del prodotto
finito. E ridurremmo il debito ambientale che lievita di anno in anno.
Ma sposterebbe anche un costo produttivo dalle spalle degli agricoltori
a quelle dell’industria. E con questo forse si chiude ogni margine
di ulteriore ragionamento sul cimiciato del nocciolo. Lungi dal sottovalutare
un problema tutt’altro che marginale, sarebbe però opportuno
dare maggior spazio alle voci fuori del coro. Una ricerca che punti
a trovare soluzioni per tutti e non soltanto di comodo per chi vuol
aumentare il fatturato di pesticidi e per chi vuol pretesti per deprezzare
il prodotto all’atto del ritiro.