LA
CAROTA
La
famiglia delle Ombrellifere raggruppa oltre 2.000 specie vegetali, prevalentemente
erbacee. Esistono alcune forme cespugliose e sono totalmente assenti
le forme arboree. L’ombrellifera in generale ha tratti arcaici,
quasi primitivi, la parte epigea della pianta ha strutture semplici
tendenzialmente assottigliate, quasi a rarefarsi nell’aria. Le
foglie rappresentano l’organo di cooperazione con l’aria
e l’acqua, luce e oscurità. Nelle ombrellifere assistiamo
a questo estendersi, fino all’estremo, delle foglie che, come
dita si aprono all’etere chimico e all’etere della luce.
Ciò che nasce in queste foglie articolate, ripiega nel terrestre
e viene custodito gelosamente nel terreno dando vita a radici forti
e carnose. E poi il fiore: è quasi un tributo all’aria,
componendosi in ombrelle e cupole aperte in piani ben distesi, in una
moltitudine di puntolini bianchi o appena verdeggianti, come una nuvola
di stelle. Fiori che esprimono il loro distacco dall’elemento
acqua attraverso forme raggiate lineari e del tutto prive di carnosità,
i frutti stessi sono piccoli acheni secchi, lievemente incurvati a mezzaluna.
A contrapporsi a questa rarefazione aerea così minerale di fusto,
foglie e fiori, c’è il movimento di risalita dell’energia
terrestre radicale in forma di gomme e mucillagini. La formazione di
lattice, così tipico delle Ombrellifere, è l’espressione
dell’incontro tra due tendenze molto forti: l’incarnazione
degli elementi aria e luce che normalmente procedono all’induzione
di sintesi di oli e resine, discende a incontrare il polo terrestre
fortemente radicato nel suolo. Da questo amalgama prendono avvio i processi
di natura “mercuriale” che originano le gommoresine. Si
tratta di un’alchimia potente, non a caso, infatti, tra le Ombrellifere
si trovano anche numerose specie altamente velenose (ricordiamo la cicuta
di Socrate).
Queste piante trovano il loro perfetto equilibrio mediando tra due poli
dicotomicamente opposti, radice e fiore, che incarnano profondamente
due forze antagoniste e che tuttavia trovano la totale intesa armonica
nell’organismo vegetale. Non c’è da meravigliarsi,
quindi, se le Ombrellifere siano così importanti nella pratica
terapeutica, proprio in funzione delle loro capacità riequilibratici,
particolarmente a livello delle ghiandole e in tutti i processi di secrezione
e di escrezione metabolica.
La Carota appartiene al genere Daucus ed è originaria della regione
mediterranea. E’ la più nota pianta d’uso alimentare
offerta da questa famiglia, ma non l’unica. Finocchio, sedano,
cumino, aneto, prezzemolo e varie altre specie da consumo e aromatiche,
appartengono alle Ombrellifere.
Al giorno d’oggi si è erroneamente portati a identificare
il valore alimentare con il valore nutrizionale. Dietologi, riviste
specializzate ed etichette, si affannano a fornirci la lista del contenuto
in grassi, zuccheri, proteine e sali minerali di ciò che mangiamo.
Questo è riduttivo perché il valore alimentare comprende
altri aspetti che non la mera composizione chimica. In particolare l’appetibilità
è un valore alimentare importante, oggi questo aspetto è
delegato alla pubblicità: l’appetibilità è
slegata dall’alimento per associarsi invece alla forma e colore
della confezione o alle labbra della modella che reclamizza il prodotto
in tv. Ma se questo vale soprattutto per i prodotti trasformati, il
discorso cambia per frutta e verdura fresche. E non possiamo ignorare
l’impatto visivo e olfattivo della carota. Con il suo colore giallo-aranciato
e il suo aroma fresco e minerale la carota evoca visioni di terra e
di sole, di salute e forza, come un’alba o la primavera è
luce commestibile nel nostro piatto.
La radice carnosa giallo-arancio della carota contiene dal 6 al 12%
di zuccheri solubili o organicati in gomme e mucillagini, mai amido
che è del tutto assente in questa Famiglia. Le carote contengono
beta-carotene e per questo considerate ricche di proprietà antiossidanti.
Ciò significa che se inserite regolarmente nella dieta, svolgono
la vera prevenzione contro il cancro, le infezioni, la degenerazione
degli occhi, malattie polmonari e l’indurimento delle arterie.
Parlo di vera prevenzione per distinguerla dalla falsa prevenzione,
quella che troppo spesso non è altro che diagnosi precoce. Quella
finta prevenzione che passa attraverso cataste di analisi costose prescritte
periodicamente da medici che ormai non ci guardano nemmeno più
in faccia ma che, come vigili urbani, ci dirottano verso radiografie,
risonanze, analisi del sangue e delle urine, gastroscopie e compagnia
bella. Il beta-carotene non è distrutto dalla cottura ma, una
volta ingerito, si trasforma in vitamina A nella sola quantità
necessaria all’organismo stesso, evitando così sovraccarichi.
Questa “saggezza” del corpo risiede nel fegato, più
esso è affaticato e malconcio e meno sarà capace di regolare
questo fondamentale equilibrio. Ma quando si dice che le carote sono
ricche in vitamina A (il beta-carotene è la provitamina dalla
quale deriva la vitamina A), esattamente che cosa intendiamo? Tutte
le verdure e la frutta (eccettuate le mele) contengono, chi più
chi meno, la vitamina A: il pomodoro 1.300 U.I, il sedano 50 U.I, i
piselli 500 U.I, il cavolo 2.100.I., la lattuga 500 U.I.. La carota
20.000 U.I., una bella differenza. Anche il contenuto in Sali minerali
è piuttosto elevato, il potassio è presente in quantità
quasi doppia rispetto alla stragrande maggioranza delle verdure (230
ppm), il potassio ha un’azione positiva sul cuore, sui muscoli
in genere e sull’elasticità delle arterie. Anche il contenuto
in fosforo manganese e calcio supera il livello medio degli altri ortaggi.
Nell’orto la carota si avvantaggia della consociazione con spinacio
e con le liliacee in genere (aglio, cipolla, scalogno, …). Carota
e cipolla si proteggono reciprocamente dai parassiti, ma sanno dividersi
anche lo spazio senza infastidirsi: la prima spinge la sua radice in
profondità, mentre la seconda si espande orizzontalmente nel
terreno. Da evirarsi invece la consociazione con fagiolo e leguminose
in genere, e con il peperone e le lattughe con quali condivide numerosi
patogeni terricoli.
La germinazione del seme è piuttosto lenta e la plumetta ai primi
stadi è estremamente fragile. E’ perciò necessario
prestare molta cura al letto di semina che deve presentarsi soffice
e ben areato. Da evitarsi anche ogni azione di disturbo durante il ciclo
colturale, per quanto possibile. Il diradamento e la sarchiatura costituiscono
una fonte di stress per la coltura perciò è meglio cercare
di seminare poco fittamente e prediligere la scerbatura per eliminare
le infestanti. La carota ama terreni profondi e sciolti, sfrutta bene
la ricchezza organica, ma va assolutamente evitato il letto caldo, o
comunque la fertilizzazione con sostanza organica fresca. In tal senso
è molto importante l’uso corretto del preparato 500 sul
terreno, a maggior ragione se la coltura della carota è stata
preceduta da leguminose o da colture da sovescio. La fertilizzazione
con materiale ben umificato proveniente dal cumulo biodinamico Terreni
pesanti o con scheletro inducono la formazione di fittoni deformi o
doppi. Poiché la germinazione del seme è molto lenta si
può realizzare una pacciamatura verde temporanea per evitare
la formazione di crosta. Su piccole superfici è anche pensabile
lo spargimento di un velo di sabbia. In agricoltura biodinamica si consiglia
anche il bagno delle sementi. Per la carota in particolare si consiglia
il bagno nel preparato di valeriana, preparato come di consueto. La
semente va immersa per un’ora e rimestata affinché i semi
non formino grumi. Dopodiché i semi vanno prelevati e stesi su
carta assorbente in luogo ombroso ad asciugare. La semina va fatta entro
il secondo giorno dal bagno. Questa pratica ha un’intensa azione
sui semi, ne stimola la germinazione e rafforza sensibilmente lo sviluppo
delle giovani piante.
La temperatura ottimale per questa pianta è compresa tra i 16
e i 18°C, situazione ottimale anche per la germinazione di numerose
erbe spontanee avventizie. Una falsa semina può ridurre drasticamente
il problema delle infestanti nei primi stadi colturali. Il ciclo colturale
dura da 100 a 130 giorni a seconda della varietà e dell’andamento
climatico, si devono perciò prevedere comunque più interventi
per l’eliminazione delle infestanti tramite pacciamatura verde,
rincalzatura per le piantagioni a file, e scerbatura. Tra le varietà
più facilmente reperibili ci sono la Rodelika dal ciclo piuttosto
lungo, aromatica e vigorosa, la carota precoce Flakkèe dalla
radice estremamente grossa e allungata, la tipologia Nantese di grossa
pezzatura e colorazione intensa, molto produttiva, la carota di Napoli
dal fittone molto lungo, la carota di Albenga e molte altre.
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La
pacciamatura verde ha indubbi vantaggi evitando la formazione della
crosta superficiale, mantenendo più costante l’umidità
e la temperatura del suolo, migliorando la germinazione (a causa degli
effetti precedenti) e rallentando la crescita delle infestanti. Per
la pacciamatura verde (intendendosi per “verde” l’origine
vegetale e non il colore del materiale) sono adatte la paglia, il truciolo
e le cortecce, da evitarsi l’erba perché anche se essiccata
tenderebbe a compattarsi eccessivamente (occorre realizzare uno strato
di diversi centimetri per ottenere l’effetto pacciamante) creando
un ambiente asfittico e insalubre. Si può seminare a spaglio
o a file, in questo caso la distanza tra le file è di circa 30-35
cm per file singole oppure meno a patto che ogni 3-4 file si preveda
uno spazio maggiore per il passaggio. La carota si adatta anche alla
semina su bauli o porche, il vantaggio in questo caso è il recupero
di spazio, una miglior esposizione alla luce solare se i bauli sono
orientati a sud-est e un buon sgrondo delle acque, particolarmente utile
se il terreno è tendenzialmente pesante (situazione che comunque
non favorisce la coltura). Per chi ha la possibilità di seguire
il calendario lunare
il periodo adatto per la semina della carota è in luna ascendente
(il movimento dal lunistizio sud al lunistizio nord dona impulsi favorevoli
al risveglio del seme) e raccolta in luna discendente (ne viene migliorata
la serbevolezza e la conservabilità). Meno forte è l’influenza
delle lunazioni, comunque è preferibile la semina in luna calante.
La carota è tipicamente considerata una “pianta da radice”
pertanto sono da prediligersi i giorni di terra (Vergine, Toro e Capricorno)
e di acqua (Pesci, Cancro e Scorpione). Mi piace comunque ricordare
il cosiddetto “principio del minimo” di Liebig: la crescita
dei vegetali è determinata dall’elemento che è presente
in quantità minore rispetto ai fabbisogni. E’ anche conosciuto
quale “principio del secchio” perché è con
questa immagine che si spiega agli studenti di agraria il funzionamento
degli elementi nutritivi nelle piante:
Questo principio è stato più volte modificato nel corso
degli anni e lo stesso Liebig nel suo “Testamento” pronunciò
parole molto forti riguardo a una certa visione della pratica agricola
che pure lui stesso aveva contribuito a sviluppare: “…Sfortunatamente
la vera bellezza dell'agricoltura, con i suoi stimolanti principi intellettuali
è quasi misconosciuta. L'arte dell'agricoltura si perderà
per colpa di insegnanti ignoranti, ascientifici e miopi che convinceranno
gli agricoltori a riporre tutte le loro speranze in rimedi universali,
che non esistono in natura. Seguendo i loro consigli, abbagliati da
risultati effimeri, gli agricoltori dimenticheranno il suolo e perderanno
di vista il suo valore intrinseco e la sua influenza….”.
Eppure una cosa non esclude l’altra e in un certo senso possiamo
tenere a mente questo principio del secchio per ricordare a noi stessi
la necessità di una visione ampliata di tutto ciò che
concerne la nostra Terra, la nostra azienda, il nostro campo, la nostra
coltura di carote. E ricordarci di tutti gli elementi che concorrono
alla buona salute della nostra pianta. Certo non penseremo agli “elementi”
nei riduttivi e vuoti termini di N, P e K, ma penseremo alla vitalità
del suolo e alla sostanza organica, penseremo agli impulsi cosmici,
alle consociazioni e agli avvicendamenti e a tutto ciò che compone
la buona pratica agricola. Quella buona pratica agricola che è
saggezza contadina e intelligenza della pianta, due valori che ci sono
stati scippati dalla Rivoluzione Verde attraverso i concimi e gli antiparassitari
di sintesi (i risolutori universali!) e le sementi ibride. Per gli ogm
possiamo considerarci sotto assedio ma non ancora del tutto vinti…chissà
per quanto ancora. E ricorderemo anche che la nostra coltura non è
qualcosa di assemblato su una catena di montaggio ma il risultato di
un tessuto di forze, di impulsi e di elementi fortemente interagenti
tra loro. Ad esempio in un terreno “morto” avranno poca
influenza gli impulsi cosmici, così come l’abbondanza di
acqua esalta gli influssi delle lunazioni sulle piante.
La carota è soggetta ad attacchi di svariati funghi patogeni
a carico del fittone. L’insorgenza di queste patologie denota
di solito qualche errore nella gestione colturale: rotazioni troppo
strette, ciclo dell’azoto tumultuoso o caotico, avvicendamento
con colture sfavorevoli (leguminose in genere), terreni pesanti,…
Ma può anche trattarsi della sanità della semente o dell’andamento
climatico. In questi casi è necessario in primo luogo indagare
sulle cause dell’insorgenza della malattia e se possibile eliminarle,
se si tratta di eccesso di umidità per volumi d’adacquamento
eccessivi si potrà modificare lo stato di cose, se si tratta
di troppa pioggia si potrà fare tesoro dell’esperienza
per l’anno successivo, magari cercando di dare una leggera pendenza
al terreno per favorire lo sgrondo.
I funghi che possono colpire la carota sono svariati:
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A:
Pythium,
B: Phythoptora,
C: Rhizoctonia,
D: Sclerotinia,
E: Stempylium
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A:
Meloydogine,
B: Heterodera,
C: Streptomyces
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Il disegno consente di estremizzare il sintomo nei suoi caratteri, nella
realtà dei fatti le differenze non sono sempre così nette
e marcate. Di solito è più facile effettuare la diagnosi
su infezioni recenti e su sintomi ai primi stadi, lungo il decorso i
tessuti tendono a necrotizzare e a essere invasi da patogeni secondari
e saprofiti. La diagnosi macroscopica, cioè a occhio, è
ragionevolmente attendibile, ma solo l’analisi di laboratorio
con isolamento su substrati selettivi e analisi al microscopio può
dare la certezza (e neanche sempre) che si tratti di questo o quel fungo.
C’è da chiedersi se sia di qualche utilità saper
riconoscere un patogeno da un altro, intendo a parte per il tecnico
consulente che, sfoderando un po’ di latinorum lascerà
di stucco l’agricoltore. In fondo le indicazioni saranno poi più
o meno le medesime: impiego di semente sana, ampie rotazioni, irrigazioni
frequenti e a piccoli volumi, … Ed è in parte vero. Però
si possono trarre alcune informazioni che possono tornare utili. Ad
esempio Meloydogine e Heterodera sono nematodi, di questi organismi
sappiamo che permangono per lunghissimi periodi nel terreno infestato,
ma si propagano anche con estrema lentezza, espandendosi a macchia d’olio.
Possono colpire gravemente lattughe, fragola, aglio e cipolla. Se si
decidesse, nonostante la presenza di qualche pianta colpita da nematodi
nella coltura, di lasciare andare a fiore qualche individuo per la selezione
della semente, la semente di piante di carota asintomatiche sarebbe
sana. Bisognerebbe invece prestare molta attenzione a bulbi di liliacee
presenti nei dintorni e evitare di impiegarli come materiale di propagazione
per le successive campagne. Sul terreno dove si siano verificati attacchi
di nematodi si può pensare di fare un sovescio con una specie
biocida come il rafano e la senape oppure la Brassica napus che svolge
un’azione più repellente che propriamente biocida. I pareri
sull’impiego di piante ad azione biocidi in agricoltura biologica
e biodinamica è piuttosto controverso in quanto taluni sostengono
l’efficacia parzialmente selettiva delle sostanze liberate nel
suolo (isotiocianati, nitrili e tiocianati), altri sostengono che tale
pratica non sia altro che la brutta copia delle fumigazioni con i classici
geodisinfestanti di sintesi, con gli stessi svantaggi e minor efficacia.
Pythium e la Phythoptora sono Funghi Oomiceti, ovvero funghi piuttosto
“primitivi”. Pur avendo un ottimo di temperatura pari a
21°C, sono attivi anche a temperature piuttosto basse riuscendo
a dare luogo a infezioni molto precoci. Provocano lesioni necrotiche
vitree. Sono strettamente legati all’acqua e sviluppano infezioni
solo in presenza di molta umidità, ristagno e terreni pesanti.
Le loro zoospore possono essere veicolate dall’acqua piovana e
di irrigazione e dato che si tratta di funghi polifagi (attacca solanacee,
cucurbitacee e composite) è importante la gestione delle acque
irrigue soprattutto se si impiega il sistema per scorrimento, per non
diffondere l’infezione da una coltura all’altra. Entrambi
questi funghi possono aggredire l’ospite solo attraverso microlesioni
dell’epidermide. Pertanto tutte le operazioni colturali che possono
stressare in tal senso il fittone (diradamento, sarchiatura,…)
ne predispongono l’insediamento. Poiché gli Oomiceti sono
fortemente legati alla presenza di acqua libera, se l’irrigazione
è effettuata per scorrimento è pensabile la coltivazione
su bauli o porche, in modo che l’umidità risalga dal solco
alla radice per capillarità, senza creare ristagni a livello
del fittone stesso. Gli Oomiceti sono estremamente sensibili al rame
metallo, ma i trattamenti aerei hanno scarsa efficacia, se non per evitarne
la diffusione a seguito di piogge battenti o irrigazioni per aspersione.
Molto efficaci sono i macerati con liliacee (aglio e cipolla) per bagnature
al colletto, tali bagni hanno anche effetto conciante sulla semente.
Rhizoctonia sp.p è un altro fungo estremamente polifago che può
colpire innumerevoli specie orticole e non. Meno legato all’acqua
di quanto non siano gli Oomiceti, è comunque un fungo favorito
da umidità e dallo stato di caos nel ciclo dell’azoto.
Riesce a mantenersi vitale per lunghi periodi sui residui colturali,
anche a temperature piuttosto elevate (55°C) perciò è
preferibile non gettare nel compost materiale vegetale che si sospetti
infetto da Rhizoctonia (se è pur vero che un buon compost arriva
anche a 60°C esiste sempre una certa approssimazione). Mentre gli
Oomiceti, attraverso schizzi d’acqua possono anche colpire la
parte aerea della pianta, Rhizoctonia è esclusivamente legata
alla radice. I tessuti colpiti tendono ad assumere sfumature violacee.
La persistenza di Rhizoctonia nel suolo è lunghissima, fino a
vent’anni. Si evince pertanto che la rotazione e l’avvicendamento,
seppure importanti, non possono da soli debellare il patogeno, anche
in considerazione dell’ampio numero di specie ospiti. In questo
senso la vitalità del suolo e la salubrità della coltura
(intesa come assenza di stress) sono di fondamentale importanza. Esistono,
infatti, numerosi funghi antagonisti che limitano lo sviluppo virulento
di Rhizoctonia, in particolare il Trichoderma hartianum. I funghi antagonisti
sono organismi tellurici saprofiti che traggono il loro sostentamento
dagli essudati radicali delle piante. Non sono simbionti in quanto la
pianta non trae alcun beneficio diretto dalla loro presenza. Però
questi organismi occupano la superficie radicale e impediscono fisicamente
al patogeno di instaurarsi, una sorta di “chi tardi arriva male
alloggia” in versione fungina. Se è pur vero che da molti
anni tali funghi antagonisti si trovano in commercio in svariate formulazioni
rivitalizzanti, occorre ricordare che il Trichoderma, come altri microrganismi
utili, sono naturalmente presenti nel suolo e che solo una poco oculata
pratica agricola ne ha determinato la scomparsa. Diserbanti, concimi
di sintesi, movimentazioni eccessive del suolo agrario, monocoltura,
suolo nudo,… sono alcune delle ragioni per cui i terreni muoiono
e nel vuoto biologico i funghi patogeni possono moltiplicarsi senza
incontrare ostacoli. E’ in questo senso che la rotazione (che
favorisce il ricambio radicale e la biodiversità anche nella
popolazione tellurica), la preservazione e aumento dell’humus,
l’impiego dei preparati biodinamici, il sovescio e l’inerbimento,
etc… sono pratiche altamente efficaci nella prevenzione. La pacciamatura
con corteccia e aghi di conifere sfavorisce il fungo a causa dei tannini
che libera via via durante il ciclo vegetativo della carota, nei primi
strati del terreno. La Sclerotinia è facilmente riconoscibile
perché il fungo sviluppa un feltro biancastro sugli organi colpiti.
Colpisce anch’essa numerose piante (sedano, insalate, solanacee,…).
Con il trascorrere dei giorni nella massa biancastra che costituisce
il corpo del fungo si noteranno dei granellini nerastri (sclerosi),
quelli sono gli organi di resistenza e propagazione del fungo e sono
estremamente longevi. Assolutamente da evitarsi consociazioni e successioni
con insalate, molto soggette, i residui colturali delle colture colpite
vanno assolutamente allontanati e distrutti. Può capitare che
le carote appaiano sane alla raccolta e vengano immagazzinate. L’infezione
prosegue così in magazzino fino a generare sgradite sorprese.
Le colture precoci sono più soggette alla Sclerotinia rispetto
alle tardive, ma questa è una considerazione generale fatta su
medie stagionali standard, mentre possono verificarsi inverni miti e
primavere molto rigide che ribalterebbero quanto precedentemente detto.
Esistono ancora numerosi altri funghi che possono colpire il fittone:
Verticillium, Chalaropsis, Thielaviopsis, Aspergillus, Botrytis, Alternaria,
… Tutti questi patogeni possono aggredire il fittone in campo
e proseguire l’infezione in magazzino. In agricoltura convenzionale
si impiegano geodisinfestanti e svariati fungicidi sistemici per controllare
queste infezioni. Ma perseguendo questo cammino l’unica soluzione
è arrivare alla sterilità assoluta del suolo. In agricoltura
biodinamica invece l’obbiettivo è diametralmente opposto,
ovvero creare un terreno talmente vitale che i funghi patogeni non trovino
spazio per il loro sviluppo e che la pianta non si trovi in condizioni
di stress. A questo proposito la scelta varietale è molto importante:
le tipologie locali sono da preferirsi, in quanto frutto di una selezione
di individui che meglio si adattano a una determinata località,
per clima e pedologia. Sono attualmente in atto numerose sperimentazioni
per verificare l’efficacia di composti omeopatici contro tali
agenti patogeni, sia per l’impiego in campo che per aumentare
la conservabilità in magazzino.
Ci sono anche alcuni funghi patogeni che attaccano la parte aerea della
pianta: Cercospora, Septoria, Erysiphe, Leivellula, Alternaria dauci.
Cercospora e Septoria causano la comparsa di piccole tacche sui lembi
fogliari (Cercospora provoca tacche circolari chiare al centro e con
bordo scuro, Septoria invece provoca piccole chiazze dapprima giallastre
e poi cosparse di piccoli puntolini scuri). Le infezioni si propagano
grazie alla bagnatura delle foglie, compaiono precocemente e di norma
sulle foglioline più giovani. In entrambi i casi i funghi possono
conservarsi sui semi. E’ pertanto necessario un buon controllo
della sanità della coltura prima di destinare qualche pianta
alla produzione di semente. L’oidio (Erysiphe umbelliferarum)
provoca la comparsa di chiazze grigio-biancastre, ad iniziare dalla
foglie più vecchie e più basse. Compare a stagione inoltrata,
quando le temperature si siano sensibilmente alzate. Per tutte queste
malattie fogliari la consociazione con le liliacee è utile in
quanto aglio e cipolla favoriscono l’arieggiamento e quindi un
microclima meno umido. Inoltre liberano nell’aria composti volatili
a base solforata che disturbano gli agenti di malattia. Trattamenti
aerei con macerati di aglio e cipolla sono piuttosto efficaci, anche
soluzioni idroalcoliche di propoli dimostrano buona efficacia fungicida
sulle foglie. Il decotto di equiseto, distribuito periodicamente accresce
la resistenza delle piante alle malattie fogliari e telluriche.
Tra le problematiche più ricorrenti sulla carota ricordiamo la
mosca Psilla rosae. Si tratta di un Dittero che compie due generazioni
l’anno. L’adulto è un moscerino di piccole dimensioni,
la femmina depone le uova a primavera (aprile, con le dovute variazioni
a seconda della latitudine e dell’andamento stagionale). Le uova
vengono deposte nel terreno a qualche millimetro di profondità
vicino al colletto della carota. Le larve biancastre e apode scavano
gallerie nelle radici, che una volta lesionate si biforcano o si spaccano
o vanno incontro a marciumi. Le lesioni della mosca sono un’ottima
via d’ingresso per i funghi patogeni. La seconda generazione di
adulti compare in piena estate, a luglio agosto. Regolandosi opportunamente
sull’epoca di semina e sulla durata del ciclo colturale della
varietà prescelta si può sfuggire parzialmente all’infestazione.
Hanno buona efficacia le piante schermanti impiegate in consociazione:
aglio, cipolla e porro e anche la maggiorana. Ricordando che i Ditteri
sono attirati dal colore giallo si possono impiegare trappole cromotropiche
di questo colore (pannelli di materiale plastico ricoperti di colla)
per fare cattura massale e ridurre la popolazione di adulti. Infine
sono efficaci le irrorazioni con decotti d’aglio e cipolla per
l’azione repellente contro l’insetto. Per interventi diretti
invece sono efficaci il legno di Quassia, l’olio di neem e il
piretro. A questo proposito bisogna comunque tenere presente che piretro
e Quassia agiscono per contatto perciò le larve sottoterra o
già penetrate nella radice non sono distrutte. Il neem ha invece
una certa attività sistemica, ma non ha effetto abbattente: rallenta
e inibisce l’insetto dannoso, rende meno appetibile la pianta,
questo effetto si manifesta soprattutto quando i trattamenti siano ripetuti
più volte nel tempo (almeno 2 o 3 interventi) questo rende il
prodotto interessante perché può raggiungere l’insetto
laddove altri prodotti sono inefficaci ma in caso di attacchi gravi
non è affatto tempestivo. Assolutamente inefficace è il
Bacillus thuringiensis che, ricordiamo, agisce contro i lepidotteri:
allo stadio giovanile le larve dei lepidotteri possiedono svariate paia
di pseudozampe (es. la tignola del porro, la cavolaia su crocifere e
la piralide su peperone), mentre le larve dei Ditteri ne sono prive.
In ogni modo occorre tenere presente che la carota è una pianta
che ottimizza la traslocazione e l’immagazzinamento delle sostanze
nella radice, che siano esse elementi nutritivi o cataboliti di antiparassitari.
Buona parte delle problematiche fitosanitaria illustrate sono eredità
di un’agricoltura distruttiva e insensata. La selezione di ibridi
iperproduttivi ha fornito all’agricoltore piante squilibrate nella
loro polarità aerea e terrestre, inoltre la standardizzazione
porta a coltivare piante con caratteristiche e cicli spesso inadatti
al luogo di piantagione (con conseguente stress da adattabilità
della coltura), la spinta produttiva con irrigazioni e concimazioni
crea i presupposti per l’insorgenza di malattie e i trattamenti
antiparassitari creano un vuoto biologico che favorisce altri parassiti
ancora.
Una scelta oculata della varietà, una corretta gestione della
fertilità e della vitalità del suolo, la pianificazione
degli avvicendamenti e delle consociazioni, l’uso dei preparati
biodinamici, delle tisane, dei decotti e dei macerati di piante locali,
sono tutte pratiche di buona agricoltura a basso costo e altamente efficaci
nel perseguire gli obbiettivi di un buon agricoltore: trarre la giusta
remunerazione dal proprio lavoro di produttore di cibi salubri e di
custode della vitalità della terra.
Cissone 20 febbraio
2008
Cristina Marello
(Direttore Agri.Bio)
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