COME I CAPPONI DI RENZO...
I famosi pennuti di
manzoniana memoria, si beccavano tra loro anziché far fronte
comune contro la malasorte.
E a leggere certe notizie, titolate a piena pagina, vien da pensare
che si voglia condurre produttori agricoli e consumatori a seguirne
il comportamento e, chissà, a condividerne la sorte.
Lunedì 23 luglio il grido di allarme si leva dai principali
quotidiani d’Italia “Allarme a tavola. Rincari in arrivo”.
E leggiamo dati e cifre di rincari vertiginosi sulle materie prime
agroalimentari: grano, latte, ortofrutta, tutto alle stelle!
Una mazzata per il settore della trasformazione, una stangata in arrivo
per le famiglie.
Già, perchè alla fine del processo di trasformazione,
tra farina rincarata del 60% (!!!), latte e burro pagati a peso d’oro,
marmellate a base di frutta aumentata dal 70 al 100% (???) uno snack
avrà, oltre la forma, pure il costo di un lingotto!
Di chi è la colpa?
Degli avidi produttori ovviamente. E poi del biodiesel (?!?) che,
per colpa di quei visionari fissati con l’effetto serra, dovrebbe
sostituire i carburanti di origine petrolifera, ma che fa lievitare
vertiginosamente i costi di produzione (?!?) e, di rimando ricade
sulle spalle del consumatore finale. E poi ancora la siccità
e le alluvioni. Insomma o non piove o piove troppo, questi agricoltori
non sono mai contenti!
E allora che fare? Per esempio si potrebbe chiedere a un qualsiasi
produttore italiano di mostrarci una fattura di vendita del suo frumento.
E tanto per farci un’idea dei rincari chiediamogliene una di
dieci o venti anni fa. Anno 2007: euro 17,50, euro 20,00, euro 15,00
al quintale… ecco i prezzi che vediamo, a seconda della varietà
e della qualità. Per curiosità possiamo chiedere i prezzi
del frumento negli anni ’80: all’epoca si andava dalle
34.000 alle 36.000 lire al quintale. Eppure il pane vent’anni
fa lo si pagava mille lire al chilo e oggi si aggira sui quattro euro.
Come sarebbe? Evidentemente il prezzo della farina e il prezzo del
pane non vanno di pari passo.
E guardiamo la frutta, magari le pesche che proprio in questi giorni
si stanno raccogliendo in tante parti d’Italia.
Andiamo dai 25 centesimi ai 50 centesimi a seconda della qualità
e della varietà. Prezzi pagati al produttore. Però ci
sono le avversità climatiche che fanno schizzare i prezzi alle
stelle, giusto? Andiamo a vedere a Lagnasco o a Verzuolo, zone a forte
produzione frutticola in provincia di Cuneo, in questi giorni, dopo
che il cielo si è accanito con vento e grandine. Chiediamo
a un produttore qualsiasi se le sue pesche hanno avuto un impennata
di prezzo alla vendita. O chiediamo agli orticoltori delle piane del
Tanaro, se dopo tanta siccità e tanto lavoro per irrigare le
colture, i loro meloni spuntano prezzi migliori.
La grande distribuzione non chiuderà i battenti se la produzione
agricola italiana è stata scarsa, questo è ovvio.
E solo gli ingenui possono ancora credere che il prezzo lo faccia
il produttore.
E’ possibile conoscere i prezzi all’origine o si tratta
di informazioni top secret?
In realtà sono dati semplici e accessibili a chiunque. I listini
sono pubblici e raccontano una realtà ben diversa da quella
che certa stampa racconta.
Una svista, un errore, malafede o semplice ignoranza?
Quale sia il motivo di tanta disinformazione non è dato sapere,
si può però ipotizzarne le conseguenze.
A settembre, al ritorno delle ferie, quando le famiglie andranno alla
cassa del supermercato e scopriranno che tutto è rincarato,
si ricorderanno degli agricoltori nostrani e del loro grano caro come
il fuoco. Una strategia ottima con tanto di capro espiatorio nel caso
qualche pollo da spennare si mettesse in testa di protestare.
L’agricoltura italiana lotta con tutte le sue forze per sopravvivere
con dignità, quella dignità proviene dall’offrire
un prodotto sano e di qualità e a richiedere per questo un
giusto compenso. Quella dignità che manca invece a chi continua
a limare i costi di produzione usando materie prime sempre più
infime e scadenti, studiando sistemi per impiegarne sempre meno all’interno
delle sue ricette, e sostituire uova, latte e farina con succedanei
d’ogni tipo purchè poco costosi. Quella dignità
che manca a chi non si fa scrupolo di sfruttare i popoli più
poveri per ottenere lavoro e merci a prezzi risibili e rivenderli
nei Paesi ricchi con profitti incalcolabili.
A ben pensarci quello snack, quella torta, quella pagnotta, che ci
attirano invitanti dai banchi del supermercato sono così infarciti
di molecole di sintesi, additivi, conservanti, coloranti, residui
di pesticidi (vietati in Italia da decenni, rivenduti ai Paesi in
via di sviluppo e impiegati sulle colture i cui prodotto noi importiamo
di nuovo a casa nostra) che in effetti, a ben pensarci hanno davvero
un costo altissimo. Un costo che noi non paghiamo alla cassa, ma che
scontiamo sulla nostra pelle pagandolo in salute e ambiente. A volte
alla cassa si sente circolare la battuta “fra un po’ dovremo
fare un mutuo per venire a fare la spesa”. In realtà
lo stiamo già facendo, a mangiare certa roba abbiamo già
acceso un’ipoteca bella grossa sul nostro futuro.
Cristina Marello Direttore Agri.Bio