LA
BUTTERATURA AMARA DELLE MELE
La butteratura
amara delle mele rientra nella categoria delle fisiopatie o delle
malattie fisiologiche.
Si tratta di un’alterazione, di origine non parassitaria, che
colpisce i frutti delle pomacee. Si manifesta con la comparsa di grumi
di tessuto lesionato e suberificato, di dimensione di alcuni millimetri
e posizionati nella polpa del frutto al di sotto della buccia. Esternamente
è possibile vedere, in corrispondenza di queste lesioni, lievi
affossamenti con imbrunimento del tessuto. Nella maggioranza dei casi
questi grumi, di gusto amarognolo, sono localizzali nei pressi della
fossa calicina, nella parte distale dal picciolo.
Questa fisiopatia si può manifestare già in campo, ma
è frequente che compaia e progredisca anche in fase di conservazione
in magazzino.
Dall’analisi chimica e microbiologica dei tessuti alterati,
si rileva l’assenza di organismi patogeni sui frutti colpiti,
emerge invece una forte carenza in calcio. Questo ci dice che si può
escludere l’origine parassitaria. E’ possibile dunque
che sia la carenza in calcio a causare la butteratura amara? Per rispondere
a questa domanda occorre sapere a che cosa serve il calcio nelle piante.
Il calcio svolge diverse funzioni nell’organismo vegetale a
livello cellulare: rientra come componente nella parete cellulare,
si lega alle pectine formando i pectati di calcio che a differenza
delle prime sono insolubili, forma cristalli di ossalato di calcio
che svolgono la funzione di tamponare l’acidità, regolando
così il ph. Interagisce nella stabilità delle membrane
cellulari, regola il trasporto dei carboidrati e interviene nella
mitosi.
Poiché non si limita a svolgere un’azione regolatrice,
ma anche costitutiva nei tessuti vegetali, il calcio è presente
nelle piante in grande quantità (all’incirca 5 ppm, la
metà rispetto al potassio e oltre il doppio rispetto al fosforo)
rientrando così a pieno diritto nella categoria dei macronutrienti,
che sono: azoto, fosforo, potassio, calcio, magnesio e zolfo. Quando
la presenza di calcio è insufficiente a soddisfare i fabbisogni
fisiologici della pianta, tutte le funzioni legate a questo elemento
vengono alterate o cessano del tutto. In particolare l’indebolimento
delle pectine a causa della mancata salificazione con il calcio, può
scaturire nel collasso delle strutture cellulari e da lì la
formazione delle classiche lesioni di tessuto necrotico nella polpa
dei frutti.
Le cellule e i tessuti vegetali vengono costantemente riforniti degli
elementi dei quali abbisognano attraverso il sistema circolatorio
delle piante. La linfa grezza sale dalle radici alla parte aerea trasportando
acqua e sali minerali, attraverso i cosiddetti vasi xilematici: si
tratta di una “corrente” veloce e tumultuosa che trasporta
tutto ciò che i vasi piliferi assumono dalla soluzione circolante
del suolo. La linfa elaborata, ricca degli zuccheri prodotti con la
fotosintesi, scende attraverso i vasi floematici in una lenta corrente
che giunge in maniera capillare a tutte le parti dell’organismo.
Il calcio, assorbito dalle radici, è un elemento estremamente
solubile, e la veloce corrente xilematica lo trasporta con facilità
sulle lunghe distanze. Molto più difficoltoso e lento è
il trasporto a mezzo della corrente floematica. Da ciò possiamo
dedurre che l’approvvigionamento di calcio è tanto maggiore
dove il flusso xilematico è forte. E dato che il motore della
corrente linfatica ascendente è la traspirazione, possiamo
desumere che i tessuti giovani e in crescita (germogli, apici vegetativi)
siano quelli meglio riforniti in calcio, a differenza invece dei tessuti
più vecchi, degli organi in maturazione o senescenti (frutti),
che traspirano meno. Possiamo quindi ipotizzare che la butteratura
amara, pur legata alla mancanza di calcio nei tessuti, non sia dovuta
a una vera e propria carenza, bensì a una sua squilibrata distribuzione
nella pianta.
Ma quali possono essere i fattori predisponenti?
Possiamo riassumerli in quattro punti:
- Terreni
acidi: la carenza di calcio nel suolo è poco comune nei
suoli agrari del nostro Paese, ma può accadere che il calcio
sia scarsamente presente oppure sia fissato in forme insolubili;
- Carenza idrica: l’acqua veicola il calcio nella pianta,
la carenza idrica rallenta la circolazione linfatica e il trasporto
degli elementi ai tessuti vegetali;
- Lussureggiamento vegetativo: la spinta vegetativa dei germogli
in crescita esercita un forte richiamo per la linfa grezza a scapito
di organi meno traspiranti come i frutti;
- Forte presenza di Potassio, elemento antagonista del Calcio |
La situazione
più predisponente in assoluto è una combinazione di
questi fattori, in particolare del secondo e terzo. E’ il caso
tipico di adacquamenti abbondanti ad ampi turni. Le piante sotto la
spinta di cospicue irrigazioni, sviluppano una chioma lussureggiante
capace di richiamare agli apici la linfa grezza in grande quantità
e di smaltire in fretta l’acqua in eccesso attraverso gli stomi.
A mano a mano che l’umidità del suolo si abbassa tra
un turno e l’altro, la competizione interna si accentua e gli
organi più traspiranti hanno la meglio sui tessuti più
vecchi nel richiamare a se la linfa grezza. I frutti, in particolare
i tessuti più anziani dei frutti (quelli nella parte distale
del picciolo) sono i primi a farne le spese. Il ridotto afflusso di
linfa grezza comporta un minor apporto di calcio e le cellule vanno
incontro a collasso con la formazione del sintomo classico: la butteratura
amara sulle mele, ma anche il marciume apicale sul pomodoro e il disseccamento
del rachide a carico della vite.
A differenza del calcio, il potassio viene ben veicolato dalla linfa
elaborata perciò subisce molto meno gli effetti delle fluttuazioni
idriche, poiché è legato alla traslocazione ed accumulo
degli zuccheri, la sua presenza nei frutti è elevata, soprattutto
con l’approssimarsi della maturazione. In caso di scompensi
nella circolazione xilematica, il potassio può accentuare le
problematiche legate alla carenza in calcio poiché i due elementi
sono antagonisti.
Come possiamo vedere la fisiologia vegetale è piuttosto complessa:
non è sufficiente un solo fattore a scatenare una grave alterazione,
di norma una serie di fattori si uniscono sinergicamente a scatenare
la problematica. E questo è il caso della butteratura. A questo
aggiungiamo anche la sensibilità varietale, per cui abbiamo
soggetti piuttosto tolleranti ed altri invece ipersensibili, come
la Renetta del Canada, per citare un esempio.
In ultima analisi è possibile ricorrere a rimedi estemporanei
che in mera veste di palliativo, possono alleviare il sintomo: si
tratta di irrorazioni fogliari a base di ossido o cloruro di calcio
sulla coltura, se non addirittura in post-raccolta, dato che l’alterazione
può progredire anche in magazzino con bagni in acque di lavaggio
addizionate con CaCl al 4%. Si cerca di apportare dall’esterno,
ciò che internamente viene a mancare. Non si nega affatto l’utilità,
seppur parziale, di questi interventi, ma dobbiamo ricordare che l’insorgenza
di butteratura è il campanello d’allarme di un disagio,
di un malessere dell’organismo vegetale. E combattere il sintomo
non cancella il problema. Occorre salvaguardare la coltura dagli sconvolgimenti
della sua naturale ciclicità, allontanare i fattori capaci
di alterare il ritmo linfatico. Le piante sono esseri fortemente passivi,
nel senso di apertura e recettività al circostante, ma anche
fortemente reattivi nei confronti degli agenti di disturbo. Un animale
si allontana da ciò che lo infastidisce, la pianta non può.
Non potendosi spostare per sottrarsi a ciò che lo danneggia,
l’organismo vegetale reagisce modificando se stesso nei limiti
del possibile: aumentando la superficie fogliare per eliminare gli
eccessi idrici, accelerando alcune funzioni o rallentandone altre.
L’agricoltore può aiutare la pianta cercando di non stressarla
troppo con pratiche colturali innaturali. La scelta di portinnesti
poco affini, così come portinnesti molto vigorosi che poi richiedono
drastici tagli di potatura per contenere la taglia, aumentano lo squilibrio
nella circolazione linfatica. Il suolo lavorato, o peggio ancora diserbato
è soggetto a fortissime fluttuazioni nel tenore d’umidità,
mentre il suolo inerbito costituisce un ambiente molto più
equilibrato in questo senso; in più, il cotico erboso costringe
la pianta ad approfondire l’apparato radicale e le conferisce
così una maggior capacità di approvvigionamento idrico
nei momenti di siccità. Forme d’allevamento rigide e
geometriche aumentano la reattività della pianta nel suo tentativo
di fuga, con l’accelerazione della circolazione xilematica e
un grande dispendio energetico e stress generale per la pianta. Per
i frutteti irrigui l’adozione di lunghi turni con abbondanti
volumi d’adacquamento è deleteria, perché esalta
la competitività interna tra organi vegetali, spingendo il
ritmo fisiologico fuori dal suo equilibrio. Ricordiamo che la pianta
è un organismo vivente, non un componente meccanico, e la vita
mal si adatta alla staticità, uniformità e ripetitività.
Quando si parla di equilibrio non pensiamo a un miscuglio di componenti
da bilanciare a tavolino, ma a un continuo e incessante processo di
autoregolazione che scaturisce da forze sinergiche e antagoniste che
costantemente si contrastano o si alleano. La pratica agricola deve
sapersi inserire in questo flusso dinamico e volgere queste forze
a proprio favore e non lottare contro di esse. La tumultuosità
vegetativa caotica che ingenera lo squilibrio linfatico non va ignorata,
per esempio irrorando calcio per non vedere il sintomo. Questa energia
squilibrata e autodistruttiva si può rigenerare e convertire
in forza dinamica e vitale, con le potature in sintonia con i cicli
cosmici, con la rivitalizzazione dei suoli, la cura della biodiversità
a livello podologico, la centralità del cumulo e l’impiego
corretto dei preparati biodinamici.
Riscoprire il gesto agricolo come movimento creatore e non distruttore.