Vita alla Vite
La Biodinamica come strada del futuro enologico

di Alessandro Apolito (a.apolito@winedreamers.com)

Sono arrivato a Cissone l'8 gennaio pensando a come la Biodinamica sia stata comunicata fino ad oggi. Una sorta di magia per druidi e hippie convertiti, fatta di corni e superstizioni. Per chi è nato e cresciuto nel pieno sviluppo tecnologico, nel trionfo dell'età del matematicismo assoluto, più che della ragione, tutto questo è distante, effimero.
Lavoro nel vino come comunicatore da più di otto anni e di vini biodinamici forse ne avrò assaggiati 3 o 4. Non ci eravamo piaciuti un granchè.

Quando il mio amico Claudio Icardi qualche anno fa mi disse che aveva iniziato a sperimentare l'agronomia biodinamica mi invitò da lui a sentire i primi risultati. Prese un bicchiere da degustazione con un po' d'acqua dentro, ci mise una zolla del suo campo curato con approccio biodinamico e mise vicino a questo calice il vino che aveva prodotto da quella vigna. Snasai ed ecco: identità. E' questa la parola adatta. I profumi erano gli stessi, finalmente capivo anche quale fosse la possibilità di portare un territorio, di più un terreno, nel vino. Un'emozione che mi ha spinto ad arrampicarmi sotto la neve sulle colline per Cissone, arrivare alla AgriBio di Ivo Bertaina e ascoltare Nicolas Joly.

Della due giorni d'incontro mi ha colpito molto come Steiner abbia rinfrescato una patrimonio culturale millenario, un patrimonio dell'uomo agricolo e più vicino alla natura, un sapere che l'Illuminismo aveva quasi completamente relegato in un angolo. Senza essere d'accordo con la visione neoplatonica e col geocentrismo, più volte ho trovato interessanti le scelte di agronomia che hanno un denominatore comune: la chimica non serve, la natura ha già le sue cure. L'uomo allora deve solo riappropriarsi del suo ruolo e stare nella Natura.

Poi la degustazione, la vera prova del nove. Non sfuggo mai alla regola che se un vino non piace ai miei sensi, non sono io che non lo capisco, ma il vino a non essere buono. Ma la mia esperienza di degustatore a tratti è stata esaltata, a tratti messa in crisi dai vini assaggiati. Senza dilungarmi ho tratto delle conclusioni dagli
assaggi:

1- l'agronomia biodinamica è valida in quanto dà uve straordinarie, da piante di vite cha hanno vita, calore, energia;
2- è necessario oggi sviluppare un capitolato enologico di trasformazione che sia condiviso e che consenta a queste uve di esprimersi ai massimi livelli;
3- i vini eccellenti ottenuti con metodi biodnamici sfuggono alla regola del tempo, all'ossidazione progressiva;
4- la degustazione di vini biodinamici ha bisogno di tempo, non sono vini da sentire in tre secondi al naso, perché hanno una progressione olfattiva che ho potuto constatare in varie prove;
5- in una scheda di valutazione dei vini biodinamici si potrà aggiungere un campo caratteriale, perché questi sono vini che danno emozioni, positive e negative, ma pur sempre vive.

Del tasting vorrei segnalare i prodotti che mi hanno impressionato per
qualità:

- Pigato Rucantù 2007 della Tenuta Selvadolce: vino di gentile espressione, di fruttata morbidezza e di sincera territorialità.
- Merlot Verdugo 2007 della Masiero: un merlot non ruffiano, ma senza spigoli, consistente e tannico ma con grandi possibilità di crescita partendo da uve sane e di valore.
- Daino Bianco 2005 della Fattoria Castellina: la mora carnosa si sposa col cioccolato in un ensemble di impressionante piacevolezza.
- Dionisos 2000 del La Botega de las Estrellas: un delirio dionisiaco.
Lo si guarda e si vede carne e vita, passione e gioia. Lo si assaggia e quell'energia trapassa intatta in bocca emozionando. Un vino che ha vinto la lotta col tempo, mantenendo la vitalità della sua tempra primaria d'uva.=



 

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