Articoli Tecnici

L’azienda agricola biologica (o biodinamica)
di Ivo Totti

Parlando di un’azienda che si vuole condurre in modo biologico (o biodinamico) è essenziale porre l’attenzione su alcuni punti fondamentali.
Il primo riguarda il terreno che si presenterà in pianura o in collina, già coltivato oppure incolto, per cui avremo subito alcuni elementi per indirizzare le scelte.
In un terreno collinare, difficile a lavorarsi con le macchine, magari con molte pietre, converrà indirizzarsi a pascolo, al massimo piantare ulivi, se è il caso, oppure castagni, noccioli, ecc….
Invece un terreno di pianura, già coltivato e trattato chimicamente, presenta tutto un altro genere di problemi: bisognerà pianificare una trasformazione graduale diminuendo la concimazione chimica e creando contemporaneamente aree di concimazione biologica che aumenteranno e si rafforzeranno di anno in anno. Naturalmente, dovendo scegliere un terreno, è bene preferirlo in collina dove l’inquinamento è generalmente minore.
I confini dell’azienda devono essere definiti da alberi o siepi, vicino alla casa ci sarà la stalla per il bestiame; prima di tutto i bovini che sono i più importanti, poi suini, conigli e animali da cortile. Nell’eventualità che ci sia del pascolo adatto possiamo tenere le pecore e, se ci sono recinti, anche le capre.
Considerando, per esempio, una piccola azienda di cinque ettari di terreno in cui vivono marito, moglie e due figli, ci si potrebbe organizzare in questo modo: un ettaro di bosco – e questo serve solo per fare legna o magari per il pascolo a pecore – un ettaro a ortaggi e frutta, un ettaro a frumento e cereali e i rimanenti due ettari a pascolo e foraggio per poter mantenere le quattro o cinque bestie bovine che servono per fare carne e latte.
Se poi si arriva a venti ettari non è necessario che aumenti di molto il numero di persone, ne basteranno sempre tre o quattro con l’aiuto, però, di mezzi meccanici.
Ci sarà bisogno di un trattorino, di una motofalce, di un ranghinatore per il fieno ed altre piccole attrezzature. Questa azienda, se non più familiare, potrà essere cooperativa o associativa. Dove non è possibile usare le macchine bisognerà solo fare allevamento di bestiame, escludendo le colture più impegnative.
Nel caso della media azienda si potrebbe veramente arrivare ad ottenere l’optimum del sistema biologico (o biodinamico) tenendo in considerazione questi aspetti: prima di tutto l’azienda deve avere bestiame bovino in ragione almeno di un capo adulto per ettaro, deve tenere in considerazione la rotazione delle colture e deve eseguire la compostazione del letame, delle urine e di tutti i residui vegetali dell’azienda. Inoltre è importante avere nel territorio o una parte di bosco oppure una cinzione costituita da alberi e siepi e, come situazione ottimale, sarebbe importante avere un laghetto o uno stagno dove possono vivere animali come rospi, bisce, rane, tartarughe, ricci, ecc…., tali da costituire un piccolo ecosistema.
Iniziamo ora ad esaminare più approfonditamente i punti fondamentali a cui abbiamo sopraccennato.
Per quanto riguarda la composizione del terreno dovremo eseguire su di esso un’analisi completa che ci darà approssimativamente le indicazioni necessarie a correggere e compensare eventuali carenze. Questa analisi va ripetuta almeno ogni tre o quattro anni per un’azienda ormai assestata, mentre, in fase di transizione, sarà bene ripeterla ogni due anni. L’analisi chimica ci fa conoscere gli scompensi dei macroelementi (N, P, K, Ca, Mg, ecc…), dei microelementi e il pH, cioè l’acidità o l’alcalinità del suolo; l’analisi biologica invece ci dice il tenore di humus, tanto importante per la vitalità del terreno.
Il secondo punto preso in considerazione è il sistema delle rotazioni. Tale sistema era ampiamente usato da qualsiasi agricoltore prima della industrializzazione che ha portato al disastro delle monocolture.
Fare la rotazione delle coltivazioni significa alternare su uno stesso terreno varie colture che in parte compensano ed evitano un eccessivo sviluppo di erbe infestanti. La rotazione ottimale è quella settennale, cioè si coltiva per tre anni consecutivi l’erba medica, poi per due anni si coltivano cereali (frumento, orzo o avena), in seguito si fa per un anno una coltura di rinnovo (patate, pomodori, barbabietole, canapa, fagioli, granoturco, ecc.), infine un anno ancora cereali e si riprende il ciclo.
Naturalmente non è necessario in assoluto tenere queste regole perché, a seconda dei casi, potremo fare rotazioni quinquennali o anche triennali. La cosa importante è comunque farle perché se sfruttiamo in modo intensivo un terreno impiegando la monocoltura, ben presto dovremo usare i diserbi e quantità sempre più massicce di fertilizzanti chimici per cui il terreno si degraderà inevitabilmente.
Ad esempio, se si coltiva granoturco per il bestiame per dieci anni sullo stesso terreno, se ne otterrà anche una grande quantità, ma, oltre a rovinare il suolo che così si impoverisce, si rovina anche il bestiame a cui è destinato. Quel foraggio non può essere dato alle vacche da latte perché esse darebbero latte troppo acido e neppure al bestiame “da carne” perché – anche se si dice che per quest’ultimo tutto va bene – si sono già verificati parecchi casi di carenze e intossicazioni derivate da alimentazioni di questo genere che hanno poi portato a malattie molto gravi come il cancro, malattie intestinali, calcoli al fegato, sterilità nelle vacche, mastiti infettive, ecc…
Tutto ciò perché le bestie risentono di un nutrimento con un prodotto coltivato a monocoltura e concimato chimicamente e continuamente diserbato.
Ricordiamolo! Apparentemente con l’agricoltura biologica si hanno meno vantaggi immediati, ma la fertilizzazione chimica del terreno è un fuoco di paglia. Dando molto nitrato all’erba medica o al trifoglio si ha una buona resa in peso, ma non si hanno assolutamente sostanze nutritive equilibrate ed il bestiame che mangia questi prodotti ne fa le spese (diarrea nei vitelli, sterilità nelle vacche, latte che si altera qualche ora dopo la mungitura, ecc.).
Ma lo sapete che la vacca allevata con il sistema biologico dopo dieci anni fa ancora il vitello e il latte buono? Allora, se con il sistema corrente il rinnovo della stalla deve essere fatto, non dico ogni due, ma ogni quattro o cinque anni, non capisco come si riesca ad ammortizzare il costo di una vacca. Infatti, considerando che una bestia costa un milione e calcolando una resa annuale netta di 100.000 lire, dopo i cinque anni suddetti resteranno da ammortizzare ancora 500.000 lire! Invece, quando una vacca viene alimentata col sistema biologico, sono garantiti almeno dieci anni di lattazione, dieci vitelli, una certa quantità di latte (anche se di meno del sistema chimico), e non costerà più niente all’agricoltore. Dopo dieci anni la bestia si è pagata da sola.
Quindi, per confrontare l’agricoltura chimica con quella biologica dal punto di vista dell’interesse economico, bisogna considerare un lasso di tempo relativamente lungo.
In un periodo di dieci anni la resa di un agricoltore che usa il metodo biologico sarà complessivamente superiore a quella di uno che usa il metodo chimico, perché quest’ultimo avrà annate buone, ma anche annate quasi sterili dovute ai diserbi e alle conseguenti carenze del terreno, ecc… Così sulla lunga distanza la produzione migliore, anche solo quantitativamente, sarà dell’agricoltore biologico. Inoltre molti non fanno i conti di quello che spendono nei diserbanti e nei concimi chimici; coloro che fanno questi conti spesso non hanno più dubbi, anche solo per ragioni economiche.
In ogni caso noi vogliamo avere un terreno vivo, con una buona quantità di humus, perché è proprio grazie all’humus che le produzioni rimangono costanti e i prodotti sono migliori.
Tempo fa sono stato in un vigneto che aveva tutte le malattie possibili ed era infestato da insetti nuovi, mai visti. Questo perché da venti anni non avevano dato più sostanze organiche, ma solo concimi chimici (non avendo più bestiame); il terreno aveva raggiunto una densità tale che non vi passava più né aria, né acqua e, tutto sommato, neanche concime. Anche se fresato tutte le settimane per dare aria al terreno, ben presto questa non circolava più, mentre il fertilizzante chimico colava giù nei fossi, poi nei fiumi e quindi nel mare inquinando tutto.
Questi guai si possono risolvere solo avendo del bestiame che fornisce sostanze organiche, facendo dei sovesci, riattivando così il terreno.
Queste cose sono difficili da attuare e i contadini lo sanno! Solo non si deve cambiare tutto in una volta perché il terreno non sopporta bruschi cambiamenti. La concimazione chimica si deve diminuire piano piano e, intanto, si riattiva l’azienda con il bestiame; inoltre si compostano cumuli anche con sostanze che prima si buttavano (persino le erbacce) e si restituisce tutto al terreno.
Anche le stoppie non si devono bruciare, ma compostare.
Ancora un esempio che riguarda l’abbandono delle rotazioni operato dall’agricoltura intensiva ed industrializzata: in un’azienda della Lombardia la situazione era questa: il terreno aveva un’acidità incredibile, nel bestiame metà delle vacche aveva la mastite in forma incurabile, nelle risaie perfino il giavone si era abituato a diserbi sempre più potenti.
Il proprietario di quella azienda ha ricominciato a fare le rotazioni; siccome aveva bisogno di prodotti per la stalla ha seminato erbai da foraggio (granoturco, miscugli di leguminose, ecc.).
Per preparare un terreno su cui si coltiverà il riso l’anno successivo, si semina in aprile il mais insieme al trifoglio, di modo che, quando il granturco è da raccogliere in autunno, nel terreno rimarrà comunque l’erba per il sovescio insieme al residuo del mais; oppure si può seminare il mais da solo, a settembre, falciarlo per silos e fertilizzare quel terreno seminando avena e veccia in ottobre che si interrano in primavera prima di seminare il riso, magari aiutando la scomposizione con dei batteri in modo che il prodotto sia trasformato nel terreno il più presto possibile.
Questo prodotto diventerà presto sostanza organica e sarà un valido aiuto alla concimazione del riso, soprattutto in azoto; a questo si può aggiungere un buon letame compostato con scorie Thomas che contengono fosforo e litotamno che contiene calcio, magnesio e moltissimi microelementi.
Si eliminano così tutti quei sacchi di concime chimico!
L’anno successivo, invece del granturco, si può mettere dell’orzo: in tutti i casi bisogna alternare una coltivazione al riso.
Con questo sistema avremo anche risolto il grave problema del diserbante.
Chi usa il sistema chimico crede di risolvere tutto molto semplicemente restituendo al terreno una miscela dei tre elementi fondamentali, N, P e K.
Ma questi componenti sono sintetici e non organici, inoltre non contengono i microelementi le cui proporzioni sono difficilissime da determinarsi e tuttavia molto importanti perché il terreno è sensibilissimo a carenze anche minime di essi. La mancanza di loro, anche in piccole quantità, (di zinco o di rame, di magnesio o di ferro), provoca deficienze, ad esempio nella vite, frutteti, olivi, ecc., e anche nel bestiame; con l’agricoltura biologica questo non succede perché viene rispettato un ritmo, un ciclo: i microelementi dal terreno passano alle piante, queste in parte vengono consumate ed in parte ritornano al terreno con i sovesci e la compostazione dei residui vegetali, mentre un’altra restituzione viene fornita dal letame compostato: il tutto in un contesto organico assimilabile e non chimico squilibrante. Queste cose, secondo me, sono la base del nostro modo di coltivare, e nessuno può contestarle, se non per un interesse economico che non ha niente a che fare con l’agricoltura.
Ci sono tanti modi per immettere azoto nel terreno. Chi non avesse bestiame, ad esempio, può seminare il frumento a file più rade, producendo solo, diciamo, 30 q.li di granella per ettaro, anziché 40; poi a gennaio/febbraio può seminare 15 Kg. per ettaro di trifoglio, che attecchisce anche se c’è un po’ di neve e tiene lontane le erbacce. Il trifoglio è una leguminosa perciò prende l’azoto dall’aria e lo fissa nel terreno, così non c’è bisogno di aggiungerlo con i concimi chimici. In luglio si miete il frumento, tagliandolo piuttosto alto, in modo che il trifoglio rimanga; crescerà meglio avendo più aria. Quando il trifoglio è in fioritura si falcia e si ottiene un foraggio meraviglioso. In seguito crescerà una seconda volta e si potrà fare un sovescio in settembre/ottobre arricchendo così il terreno per poter fare frumento anche l’anno successivo. Con il trifoglio nel terreno per 2 anni, vi sarà nel suolo una quantità di azoto che si aggira sui 2 q.li circa per ettaro (l’equivalente, in peso, o in qualità, di 5 q.li di urea).
Altri sistemi per immettere azoto: si può seminare il trifoglio in mezzo al granoturco ed interrarlo in autunno insieme alle stoppie, dopo la raccolta del seme. Nei vigneti, al posto del trifoglio, possiamo mettere in autunno del favino che, in aprile, quando è in fiore, sminuzzeremo con una fresa, lasciandolo così, per 10 giorni circa, nello strato superficiale del terreno (10 cm. dal suolo), all’aria ed alla luce, in modo che i microorganismi incomincino a lavorare; in seguito faremo un’aratura a 20/25 cm. di profondità.
In questa fertilizzazione con il favino o con i residui del raccolto precedente, possiamo anche interrare il tutto dopo averlo spruzzato con una selezione di batteri oppure il preparato 500 BD che accelerano la fermentazione. L’aratura e la fresatura allora devono essere eseguite entro poche ore da questa operazione. Se in autunno non si riesce a mettere il favino si può mettere la senape a febbraio, che sarà già pronta da sovesciare a marzo/aprile; per seminarla la si può buttare nel terreno anche senza coprirla, perché i passeri no  la mangiano. La senape generalmente si mette nell’orto, fra i radicchi, l’insalata, i pomodori e, siccome cresce più in fretta di questi, quando è pronta, si taglia e la si lascia distesa come pacciamatura; col tempo si decompone e diventa sostanza organica. La senape tiene lontani alcuni insetti nocivi.
Non si deve buttare nulla e tantomeno bruciare!
C’è per esempio chi brucia le stoppie di grano, del riso e del granoturco dopo che si è falciato! Si perde della sostanza organica! Persino le erbacce vengono utilizzate!
A questo riguardo io avevo una vigna con dell’ortica e facevo con questa la pacciamatura verde (sistema adatto per un terreno asciutto). Cioè falciavo l’ortica e la lasciavo lì, per terra, poi quando ricresceva la falciavo ancora (la stessa cosa si può fare con altre erbe).
Questa concimazione ha migliorato la qualità dell’uva che aveva un grado in più rispetto a quella degli altri campi.
Per la precisione davo il primo sfalcio al bestiame (l’ortica dopo un’ora che si è tagliata non punge più); ad esempio i conigli, le anitre e le oche, che la mangiavano, avevano la carne più soda e più saporita!
Le erbacce in genere servono per migliorare e correggere le carenze del terreno: sono medicinali.
C’è una regola biodinamica che dice: – Se si vuole eliminare una erbaccia dal terreno bisogna usare la stessa per il compostaggio e, pian piano, si elimina l’infestazione.
Passiamo ora all’ultimo argomento: i cumuli o composti.
Il cumulo serve per fare una concimazione razionale senza comperare troppi prodotti dall’industria. Il cumulo viene fatto con il letame e, a seconda delle carenze del terreno, possiamo aggiungere alghe marine, fosforite, bentonite, silvinite ed in certi casi anche calce idrata, ecc.
Quindi al posto del prodotto, così come viene dalla stalla, si ottiene un letame arricchito di quelle sostanze di cui il terreno ha bisogno per essere equilibrato, e questa concimazione comporta dei migliori risultati.
Il cumulo può essere fatto in diversi modi: uno di questi è di stratificare letame, terra, minerali e prodotti che accelerano la maturazione del cumulo. Si crea direttamente sul suolo uno strato di terra alto 10 cm., sopra di questo si dispone uno strato di 20 cm. di letame, poi si mettono i minerali di cui ha bisogno il terreno, eventualmente anche 2 o 3 cm. di alghe marine e bentonite (se il terreno fosse troppo acido potremo aggiungere calce idrata); poi si ripete il ciclo, cioè ancora terra, letame e così via.
Le dimensioni del cumulo non devono essere troppo vaste: 2 mt. circa di larghezza ed altezza non superiore ai 2 mt.; la lunghezza, naturalmente, non ha limiti: si può fare il cumulo lungo quanto si vuole. Si tenga presente che il cumulo deve restringersi in altezza, cioè la larghezza in cima non sarà più di 2 mt. come alla base, ma sarà non più di 1 mt.
Una volta fatto, il cumulo va riparato dai raggi del sole coprendolo con terra. Ricordo che io seminavo intorno al cumulo semi di zucca, così, d’estate, le grandi foglie delle zucche lo riparavano dal sole e ottenevo in più un prodotto da mangiare!
Nel cumulo deve essere mantenuta una certa umidità, non inferiore al 30%, né superiore al 60%. Se l’umidità è bassa i fermenti non lavorano, essendo troppo asciutto, mentre se è alta può causarsi una fermentazione nociva.
Per misurare l’umidità, e quindi la temperatura del cumulo, ci sono degli appositi termometri, però, con un po’ di pratica, si può capire ad occhio se un cumulo è troppo secco; in questo caso si bagnerà più spesso con urina o acqua, in modo da tenere sempre attivi i microorganismi che si formano durante la maturazione del cumulo.
I batteri si sviluppano normalmente nel cumulo e lo portano a maturazione in 6/8 mesi; se ne avessimo bisogno prima, per esempio se lo facciamo in primavera e lo vogliamo già usare in autunno, al tempo dell’aratura, possiamo aggiungere al cumulo i batteri che esistono in commercio oppure i preparati BD.
Possiamo anche far da noi i batteri mescolando lievito di birra, zucchero o melassa, alla temperatura che occorre per far lievitare il pane. Si aggiungono i batteri così ottenuti al cumulo.
Se non consumiamo tutto il nostro composto, ma ne conserviamo un residuo, diciamo 3 o 4 q.li, avremo la nostra riserva aziendale di batteri che aggiungeremo al nuovo cumulo, risparmiando così tempo e soldi.
A proposito di batteri o dei preparati biodinamici, vorrei ricordare il modo più semplice per ottenere un composto madre che sarà la nostra base di partenza. Si fa un piccolo cumulo di mezzo metro cubo di letame puro (senza paglia), e si attiva con i batteri, messi con l’innaffiatoio a strati o facendo dei buchi con un bastone, alla distanza di 50 cm. ciascuno, e immettendo in questi i preparati biodinamici. La quantità di batteri e dei preparati deve essere decuplicata (dieci volte la razione normale). In questo modo otteniamo il composto madre capace di attivare 200/300 q.li di letame o 300/400 q.li di urina.
Basterà quindi metterne una carriola nel cumulo, man mano che questo cresce, e un secchio alla settimana nella cisterna dell’urina.
Il composto madre può durare anche un anno e, così concentrato, messo in un posto all’ombra, non perde il suo valore biologico ed è il miglior modo di semplificare le cose nell’attivazione dei cumuli e delle urine.
Adesso in agricoltura ci sono macchine che triturano tutto; allora, invece di bruciare le erbacce, i resti delle potature, ecc., si possono utilizzare e compostare.
Nella vigna, per esempio, si possono lasciare sul terreno i tralci triturati, ci si aggiunge un pò di composto o una certa quantità di microorganismi che aiutano la decomposizione, poi con una fresa si interra tutto a 10-15 cm. di profondità.
I prodotti in commercio come la fosforite e la bentonite, ecc., sono economici rispetto ai concimi chimici e ne bastano 100 Kg. per ogni metro cubo di letame; se poi aggiungiamo anche i batteri biodinamici, otteniamo un buon concime composto completo di tutti gli elementi. Per ogni ettaro bastano 100 q.li di letame compostato, cioè 2/3 in meno rispetto ai 300 q.li di solo letame che normalmente dovremo portare nel campo. Naturalmente in agricoltura non importa essere farmacisti: 10 q.li in più o in meno, per ettaro, non cambia nulla!
Il composto, una volta maturato, viene portato nel campo con un carro; si dispone a mucchi, a distanze omogenee, e si spande con un badile, oppure a macchina, con appositi attrezzi azionati attraverso il sollevatore dal trattore – oppure con il carro spandiletame – sempre trainato dal trattore e azionato dalla presa di forza.
Per il mio orto compostavo tutto: ogni rifiuto organico della cucina (bucce di mela, ossa di pollo, gusci d’uovo, ecc.) ed ogni parte di scarto degli ortaggi, persino i rami potati delle rose e le rose sfiorite! Tutto andava nei vari strati del composto. Al cumulo così fatto aggiungevo il preparato biodinamico, alghe litotamne, bentonite, macerato di ortica e di equiseto; il cumulo era coperto da uno strato di foglie ed era tenuto umido; lo innaffiavo con un estratto di valeriana (che attira i lombrichi anche da 1 Km. di distanza). Il composto maturava in ¾ mesi circa e la presenza dei lombrichi me ne garantiva la fertilità. I cumuli si possono fare anche senza letame. Un’azienda senza bestiame può utilizzare le erbacce dei suoi campi stratificandole sempre con terra e bentonite, alghe marine, ecc., senza dimenticare la calce idrata che neutralizza l’acidità dell’erba verde; in questo cumulo vi è molta fibra da scomporre per cui è indispensabile aggiungere batteri. La procedura è poi la stessa: una volta stratificato, coperto, mantenuto ad una data umidità, lo si lascia maturare. Se il prodotto del cumulo viene interrato, questo deve essere ben maturo (humus), se invece non lo interriamo e lasciamo la sostanza organica sul terreno in superficie o fresandola un poco, ci penseranno i batteri dell’aria, del suolo e l’ossigeno a scomporla e quindi a farla maturare.
Una volta che ci si è abituati a fare queste cose, si avrà sempre una riserva di concime in azienda.
Per quel che riguarda la composizione delle urine si possono mettere ogni tanto, nel pozzetto, un pò
dei prodotti di cui abbiamo già parlato (bentonite, alghe marine) che fissano l’ammoniaca; così oltre ad eliminare il cattivo odore, avremo delle urine meno acide.
Per fare una buona compostazione con le urine ci vorrebbero due vasche: la prima vicino alla stalla, dove si raccoglie l’urina fresca e dove si inizia a compostare, la seconda dove si conserva l’urina precedentemente compostata. Questo per evitare che al composto si aggiunga continuamente urina fresca. Naturalmente i sistemi di compostaggio variano a seconda delle necessità delle aziende; chiuderò con la descrizione della compostazione in stalla che si fa così: al mattino, dopo aver pulito la stalla e messo il letame nel letamaio, si sparge nel solco di scolo delle urine un secchio di bentonite; la mattina seguente uno di fosforite, poi ancora uno di calce idrata, uno di gesso agricolo, silvinite, dolomite, alghe marine in modo che, oltre a trovarsi il composto già fatto, si dà alla stalla una buona disinfettata.
Ho consigliato questo sistema ad un agricoltore che faceva del riso. Dopo due mesi mi ha detto: “Avevo le vacche tutte zoppe e con le unghie dietro molli perché stavano sempre nel bagnato, ora le zampe si sono raddrizzate e le unghie rassodate; le bestie hanno aumentato il latte ed hanno il pelo più lucido”!
Nello stesso tempo, siccome quell’agricoltore usa per la stalla paglia di riso che ha bisogno di diversi mesi per decomporsi, ho consigliato di innaffiare la lettiera con dei batteri diluiti in acqua; basta metterne 30 gr. in 2 o 3 lt. di acqua, 8 o 10 ore prima di usarli, aumentando le dosi in proporzione alla grandezza della stalla.
In quattro mesi la paglia di riso si era scomposta e quindi il composto si poteva portare nel campo perché già maturo.
Queste varianti che non sono considerate dalle associazioni biologiche e biodinamiche, danno comunque buoni risultati ed io le ho sperimentate per primo nella mia stalla. Non c’è bisogno di comprare il concime; in questo modo si fabbrica in casa.
Concludendo, dico che questo tipo di agricoltura non viene fatta un pò per ignoranza, ma anche perché gli agricoltori, quelli veri, quelli che si sentono vicini alla terra, alle piante, al bestiame in genere, sono ormai rimasti pochi.
L’orientamento agricolo generale è ben diverso da quello che noi abbiamo già accennato.
Purtroppo la terra è condannata a dover morire e, se non ci sarà presto un risveglio da parte anche degli organi superiori, saremo anche noi (umanità) destinati a subirne gravissime conseguenze.

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