Articoli Tecnici

La dottrina dei Colori di Goethe e l’Ottica Fisica

La natura della luce è un argomento che interessò i ricercatori sin dai primi momenti in cui si andò delineando il metodo scientifico di indagine della Natura. Nel corso dei secoli si è passati dalla teoria di Newton, che considerava la luce come composta da piccolissime particelle che colpiscono gli oggetti, alla teoria ondulatoria di Huygens, che considerava la luce come onde che si propagano nell’etere, alla teoria sviluppatasi nell’Ottocento, che considerava la luce come onde elettromagnetiche, fino alle più recenti acquisizioni della Fisica quantistica. A prescindere da quale sia la sua vera natura, la scienza odierna dà per assunto il fatto che la luce genera uno spettro composto da varie bande di diverse lunghezze d’onda di cui quello più conosciuto (ed anche l’unico visibile) è lo spettro dei colori, lo spettro del visibile; tale spettro contiene le radiazioni che vanno da 380 nm del violetto fino a 780 nm del rosso. Quindi per la scienza moderna i colori sono una componente della luce stessa, sono incorporati nella luce. Il padre di questa teoria, secondo la quale i colori sono contenuti nella luce, fu Isaac Newton, nato in Inghilterra nel 1642. Newton trasformò una stanza della sua casa in campagna in un laboratorio d’ottica, escludendone la luce del giorno con l’eccezione di un forellino in comunicazione con l’esterno. Egli si procurò un prisma triangolare con il quale intercettò il raggio di sole proveniente dalla finestra. Vide che il raggio di sole attraversava il prisma e veniva scomposto in una banda allargata contenente i sette colori dell’arcobaleno: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto (figura 1).

FIGURA 1

Per provare che non è il prisma a colorare la luce, Newton mise a punto quello che definì l’ “experimentum crucis”, l’esperimento decisivo. Sul percorso del suo spettro mise uno schermo contenente un fessura sottile, in modo da far passare solo il raggio verde. Questo raggio lo fece passate attraverso un secondo prisma. Se fosse stato il prisma a colora la luce, allora il raggio verde sarebbe uscito di colore diverso. Il raggio invece rimase verde, non modificato dal prisma. Newton così affermò che i colori sono le varie componenti della luce che il prisma semplicemente separa. Facendo passare tutto lo spettro attraverso un secondo prisma messo in modo opportuno (oppure utilizzando una lente), Newton riuscì a ottenere nuovamente il fascio di luce bianca (figura 2).

FIGURA 2

Questa è indubbiamente l’interpretazione più immediata che si poteva dare, tuttavia vi è un altro punto di vista che pare proprio essere stato ignorato da Newton e che la comunità scientifica in seguito non volle tenere in considerazione. Proviamo a fare il seguente ragionamento. Il raggio di luce viene rifratto nel prisma ottico triangolare in vetro, cioè la radiazione lo attraversa e riesce ad uscire fuori. Ma non potrebbe essere che la luce, nell’attraversare questo mezzo, ne esca indebolita? E che cosa accade quando noi siamo deboli? Accade che qualcosa di esterno, che in condizioni di buona salute nulla potrebbe su di noi, riesce ad agire, a fare sentire la sua influenza e così ci ammaliamo. Questo potrebbe proprio essere quello che accade al raggio rifratto. E che cosa sarebbe questo qualcosa di esterno capace di penetrare nella luce? Per capire questo dobbiamo ritornare all’esperimento di Newton. In quali condizioni ci si deve mettere affinché si possa inviare un singolo raggio solare su di un prisma ottico? Evidentemente l’esperimento deve avvenire nella più completa oscurità (figura 1). Ecco che quindi abbiamo individuato l’elemento esterno che riesce a penetrare nella luce: l’oscurità, cioè le tenebre. Possiamo allora approdare finalmente alla dottrina dei colori di Johann Wolfgang von Goethe, secondo il quale i colori nascono da un’ interazione tra due poli opposti: la luce e le tenebre. I colori nascono proprio da un mescolarsi tra questi due elementi! E che cosa accade quando il fascio colorato passa attraverso una lente così come attraverso un secondo prisma ottico? Questi sono in grado di rafforzarlo, permettendogli così di cacciare fuori le tenebre. E’ un po’ come quando prendiamo una medicina che ci rafforza, permettendoci di sopraffare le nocive influenze esterne. Ci si potrebbe poi chiedere come mai in questa situazione vengono generati tutti e sette i colori dell’arcobaleno e non solo alcuni. L’indebolimento della luce deve essere così elevato e l’ingerenza delle tenebre è così intima che possono essere generati tutti i colori. E’ evidente che gioca un ruolo fondamentale il prisma ottico triangolare in vetro. Non può essere il materiale di cui è fatto il prisma, cioè il vetro, responsabile di ciò; infatti la luce quando passa attraverso una finestra rimane invariata. Per tale motivo non ci resta che dedurre che è proprio la particolare forma del prisma ottico triangolare ad avere un effetto così “nocivo” sulla luce. Ora potremmo provare a conciliare questi due punti di vista, queste due teorie, potremmo provare a gettare un ponte tra queste due sponde tenendo presente il famoso detto di Aristotele: “La virtù sta nel mezzo ”.
Le tenebre entrano nella luce e generano i colori ma allora perché danno origine a più colori e non solo ad uno? Le tenebre possono penetrare in punti diversi della luce, in diverse lunghezze d’onda dello spettro visibile della luce. A seconda della zona della luce indebolita nella quale penetrano le tenebre, si forma un colore piuttosto che un altro. Se riescono a penetrare contemporaneamente in più zone ci compaiono tutti i colori dell’arcobaleno: abbiamo il massimo indebolimento della luce. L’interazione della luce con la materia ne determina un indebolimento che ha come conseguenza la comparsa di determinate lunghezze d’onda attraverso le quali le tenebre penetrano. A mio modo di vedere le cose, le lunghezze d’onda relative ai vari colori sono una conseguenze dell’interazione della luce con la materia e non sono presenti prima, nella luce bianca. Così come i colori non sono presenti nella luce, allo stesso modo non lo possono essere le lunghezze d’onda.
Nel voler proseguire l’approfondimento di questo interessante tema, si potrebbe considerare un altro fenomeno. Talvolta dopo una pioggia è possibile sull’asfalto osservare delle macchie colorate, sono delle iridescenze (figura 3).

FIGURA 3

La causa di questo fenomeno è la presenza sull’asfalto di idrocarburi provenienti dai tubi di scappamento delle automobili. Normalmente le iridescenze sono osservabili là dove una macchina è sostata col motore acceso per alcuni minuti: nel punto in cui la marmitta scarica a terra i gas residui della combustione, là si ha una elevata concentrazione di idrocarburi vari. Riprendendo in mano la teoria di Goethe sull’origine dei colori, cioè di quella mescolanza tra luce e tenebre, ci si potrebbe chiedere come spiegare tale fenomeno. Infatti le iridescenze sono osservabili soltanto quando l’asfalto è bagnato, non quando è asciutto. A mio avviso, la spiegazione sta nel fatto che la luce, così come nel caso del prisma, è rifratta dall’acqua, cioè l’attraversa (anche se in questo caso si tratta solo di un sottile velo d’acqua) e per tale motivo viene rallentata ed indebolita. Si creano pertanto le condizioni per cui le tenebre possano entrare e dare origine ai colori dell’arcobaleno. Già, ma dove stanno le tenebre? La risposta è che sono proprio gli idrocarburi a rappresentare le tenebre! In effetti gli idrocarburi sono presenti nel petrolio, una sostanza indubbiamente molto scura e tenebrosa! Va detto che non sempre si riescono ad osservare queste iridescenze, un po’ perchè non necessariamente si ha la “fortuna” di passare nelle vicinanze di una zona nella quale un auto è stata in sosta col motore acceso, un po’ anche perché probabilmente dipende da quale è l’angolo d’incidenza della luce sulla superficie bagnata; è probabile infatti che solo penetrando da una certa direzione, con una determinata angolazione, la luce venga sufficientemente indebolita da permettere alle tenebre di fare il loro lavoro “sporco”. Comunque possiamo dire che se l’asfalto è bagnato ma non ci sono gli idrocarburi le iridescenze non si possono formare, infatti la luce può essere anche indebolita ma mancano le tenebre. D’altro canto, se ci sono gli idrocarburi sull’asfalto ma questo non è bagnato, abbiamo sì le tenebre ma la luce non può essere sufficientemente indebolita e quindi corrotta dalle tenebre stesse.
L’esperimento di Newton così come l’esperienza dell’iridescenza vanno viste come due tappe nel cammino di comprensione dell’essenza dei colori e della luce. Che cosa ci insegna l’esperimento di Newton con il prisma? Ci fa capire che i colori, per potersi esprimere, hanno bisogno del buio, delle tenebre, infatti quanto osservato da Newton non sarebbe stato possibile alla luce solare. Questo però ci fa anche capire che l’esperimento di Newton è tuttavia un qualcosa di artificioso che si allontana un po’ dalla realtà. Con l’iridescenza sull’asfalto carpiamo un qualcosa di più sull’essenza dei colori, riusciamo a sollevare ancora un po’ il velo della “maya”; infatti nel caso dell’iridescenza sull’asfalto si sviluppano dei colori come quelli dell’arcobaleno, ma dove sarebbero le tenebre? Dato che è un po’ improbabile sostenere la presenza delle tenebre nell’aria, già di per sé ricca di luce, non possiamo che concludere che le tenebre sono un qualcosa di interno alla sostanza colorata, quindi i colori non sono una proprietà della luce, se vogliamo sono molto più presenti nelle sostanze che nella luce. I colori non risiedono nella luce bensì nell’oggetto illuminato dalla luce e se i colori non sono presenti nella luce, non lo saranno per forza di cose neanche le lunghezze d’onda relative ad i vari colori: ne consegue che queste devono comparire in seguito all’interazione della luce con la sostanza. La sostanza, in base alla propria natura, è in grado di indebolire la luce; sono poi le tenebre contenute nella sostanza che possono penetrare nella luce indebolita. Si viene così ad aprire davanti a noi una realtà incredibilmente interessante, consistente nel riuscire a capire come le tenebre si manifestano nella materia, come è possibile giungere a riconoscerle, capire in che modo si insinuano nella materia in modo tale da conferirle poi, in contrapposizione alla luce, un determinato colore. Prendiamo ad esempio i capelli umani, diverse sono le tonalità di colore in cui si possono manifestare; essendo quindi colorati, dovranno incorporare una certa quantità di tenebre, tuttavia una capello nero incorporerà le tenebre in maniera completamente differente rispetto ad un capello biondo. Il gravoso ma affascinate compito sta proprio nel giungere a riconoscere il differente modo di comparire delle tenebre nella sostanza.

Va ora ricordata una qualità dello spettro luminoso. Se si misura la temperatura all’interno della banda del visibile dello spettro della luce, si rileva un gradiente di temperatura crescente procedendo dal violetto fino al rosso; in realtà la temperatura continua ad aumentare anche oltre il rosso e fu così che vennero scoperte le radiazioni infrarosse. Quindi possiamo incominciare ad affermare che a destra dello spettro del visibile (dove troviamo le radiazioni ultraviolette, i raggi x ed i raggi gamma) abbiamo una situazione di freddo mentre a sinistra (dove troviamo le radiazioni infrarosse, le microonde e le onde radio televisive) vediamo agire il calore. In effetti le microonde sono portatrici di calore, come ben sa chi malauguratamente utilizza un forno a microonde per scaldare i cibi. Ora proviamo a fare alcune considerazioni su due colori estremi non presenti nello spettro del visibile: il bianco ed il nero. Un oggetto nero posto al sole si scalda molto, assorbe molto calore solare, è avido di calore. Perché? Semplicemente perché è privo di calore, non ne ha di suo e quindi lo cerca all’esterno. Questa è una caratteristica di chi è avido, se uno è avido d’amore è solo perché ne possiede poco di suo e quindi lo cerca all’esterno, lo pretende dagli altri; una cosa analoga vale per il nero. D’altro canto un oggetto bianco esposto alla luce assorbe poco calore, questo perché ne possiede molto di suo, quindi non necessita che gli venga fornito dall’esterno. Per tale motivo potremmo collocare il nero all’estrema destra dello spettro elettromagnetico della luce, vicino ai raggi gamma, ed il bianco all’estrema sinistra, vicino alle onde radio (figura 4).

FIGURA 4

Che cosa succede quindi quando abbiamo una completa assenza di calore? Vi sarà la massima presenza delle tenebre: ecco il nero! E la massima presenza di calore? Una assenza totale di tenebre: ecco il bianco! Poiché il rosso è il colore della banda del visibile che più si avvicina al calore (infatti è considerato un colore caldo), ne dovremmo concludere che rappresenta un tentativo di andare verso il bianco; invece il violetto, cioè il colore più freddo della banda del visibile, è un tentativo di andare verso il nero. Più una sostanza è partecipe del calore e più tende al rosso, meno è partecipe del calore e più tende al violetto, quindi il calore influenza il colore e perciò la presenza delle tenebre nella sostanza; infatti nello spettro verso il rosso, come già detto, si rileva una temperatura più alta di quella presente nel violetto. Che la temperatura influenzi il colore lo si capisce dal fatto che se scaldo un corpo, giunto ad una certa temperatura, questo emette una luce rossa, se aumento la temperatura emette una luce gialla, poi arancione, … In questo caso particolare va però chiamata in causa una legge che potremmo definire “la legge della compensazione”, per la quale sarebbe necessario dedicare un lavoro specifico per ben spiegarla. In sostanza significa che sul piano fisico ci deve essere una specie di equilibrio, non ci può essere unilateralità in quanto questa genera disarmonia. Il rosso è un colore di per sé già caldo e quindi, per la legge della compensazione, basta poco calore esterno per poterlo emettere, invece il violetto è un colore freddo e pertanto richiede molto calore esterno per poter essere emesso da un corpo surriscaldato. Il petrolio è nero perché è terribilmente freddo, emette calore solo se viene bruciato; forse anche in questo caso subentra la legge della compensazione: è una sostanza talmente fredda che deve essere compensata col fatto di essere un ottimo combustibile. Inoltre il petrolio è nero perché si formò nelle viscere della Terra in ambienti caldi, quindi per compensazione deve avere un colore freddo, appunto il nero. La neve invece è bianca perché si forma in ambienti freddi con poco calore esteriore, dovrà per forza avere un colore caldo come il bianco! Sempre per la legge della compensazione capiamo anche perché così tante persone oggi amano stare per ore ad oziare prendendo il sole: hanno troppo poco calore interiore e compensano con quello esterno, sono troppo “neri” e troppo poco “bianchi”! Si capisce anche perché le popolazioni originarie del Sud hanno la pelle ed i capelli scuri, infatti c’è già troppo calore esteriore, quindi vengono compensati col avere un colore freddo, il nero. D’altro canto, le popolazioni originarie del Nord vivono in un ambiente freddo e devono essere compensati con pelle chiara e capelli biondi, colori caldi.
Ci si potrebbe ora chiedere come mai, nella banda colorata creata dal prisma, il violetto sia molto più deviato del rosso rispetto alla direzione del raggio di luce solare incidente, quello che colpisce il prisma (figura 1). Il motivo è già stato detto in realtà sopra, infatti il violetto si avvicina molto di più al nero che al bianco, quindi si allontanerà nel raggio rifratto di molto dal raggio di luce solare bianca incidente; invece il rosso, che come colore è più vicino al bianco, viene rifratto di meno, cioè si allontana di meno dalla direzione del raggio solare bianco. E’ comunque interessante notare che i raggi rifratti dal prisma vengono tutti deviati verso la base del prisma stesso e non verso l’apice. Considerando la base del solido come l’elemento che lo rende più terrestre mentre il vertice in alto come quello più cosmico, ne consegue che i colori sono dei fenomeni molto più terrestri che cosmici, hanno un senso solo qua sulla Terra. Di sicuro il prisma è un solido molto interessante, infatti sembra avere, per un qualche motivo per me al momento inspiegabile, un effetto particolarmente deleterio nei confronti della luce, a tal punto da generare contemporaneamente tutti e setti i colori dell’arcobaleno. Certo che non deve essere molto sano vivere dentro un edificio a forma di prisma triangolare! Quindi si è detto che la base del prisma ottico è la sua parte più terrena

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e per tale motivo deve essere anche quella che è più partecipe delle tenebre mentre il vertice è la parte più cosmica, quindi più affine alla luce. Grazie a queste considerazioni possiamo capire perché la rifrazione della luce da parte del prisma determina una banda policromatica nella quale il violetto è maggiormente deviato verso il basso rispetto al rosso; infatti il violetto è il colore più vicino al nero, alle tenebre, quindi verrà deviato maggiormente verso la base del prisma, il rosso invece è il colore che è più vicino al bianco, alla luce, quindi verrà deviato di meno verso la base e, per forza di cose, si troverà più vicino al vertice. Tuttavia, poiché né il violetto è un nero né il rosso è un bianco, avremo che così come il violetto non giunge a toccare la base del prisma anche il rosso, pur avvicinandosi al vertice, non giunge a toccarlo. Va inoltre notato che se anche il prisma viene posizionato col vertice rivolto verso il basso, il rosso si trova sempre maggiormente vicino al vertice mentre il violetto è il colore più vicino alla base (figura 2). Un’ulteriore conferma che il prisma ha una particolare capacità di mettere in evidenza l’azione del Cielo e della Terra attraverso il raggio di luce è data dal fatto che se l’asse del prisma è orizzontale, il fascio che ne esce conserva la stessa larghezza ma viene diffuso verticalmente.
Va ora citata una legge fisica la quale afferma che se un raggio monocromatico, quindi non un fascio di luce bianca ma un raggio di un singolo colore, attraversa il prisma ottico, il raggio uscente (quello rifratto) viene deviato verso il basso, rispetto al raggio incidente, in proporzione del valore dell’angolo γ (figura 5).

FIGURA 5

In sostanza, all’aumentare dell’angolo γ aumenta la deviazione verso il basso del raggio rifratto. In effetti, se l’angolo γ aumenta, significa che il prisma è più schiacciato verso terra, è più terrestre: nulla di cui stupirsi se il raggio rifratto tende maggiormente verso la base del prisma!
Come riportato sopra, Newton si convinse del fatto che la luce era composta da i vari colori poiché collocò un secondo prisma che intercettava lo spettro creato dal primo prisma e il risultato era che si otteneva nuovamente un raggio di luce bianca (figura 2). Come si può spiegare questo fatto in base a quanto detto sinora? Va detto che lo stesso risultato si può ottenere se il fascio policromatico viene fatto passare attraverso una lente convergente. In una lente convergente dei raggi luminosi paralleli vengono concentrati in un punto chiamato fuoco (figura 6).

FIGURA 6

Questo punto si chiama così perché se si pone un oggetto lì, questo viene fortemente illuminato e può bruciare. Se può bruciare significa che in quel punto si sviluppa molto calore. Ma come abbiamo già visto è grazie al calore che ci può essere la luce bianca, quindi la banda policromatica viene concentrata in un punto dove si sviluppa molto calore, quindi le tenebre possono essere espulse! Infatti va notato che il raggio bianco non esce subito dalla lente convergente ma si genera oltre la lente stessa nel punto in cui si incontrano i raggi (figura 2). Il secondo prisma, a mio avviso, va visto come una lente convergente. Allora il primo prisma agisce rallentando la luce e disperdendone il calore: le tenebre possono entrare! Il secondo prisma invece converge i vari raggi colorati in un punto nel quale si genera un calore sufficiente, tale per cui le tenebre possano essere scacciate: abbiamo di nuovo la luce bianca!
Nel ciclo di conferenze intitolato “Le manifestazioni del karma” Rudolf Steiner affermò che le malattie possono essere divise in malattie luciferiche ed arimaniche e che per le prime le terapie devono tenere in considerazione il bipolo caldo-freddo, cioè quanto il corpo diventa caldo o freddo. Sulla base di quanto detto finora, si capisce che le malattie luciferiche potranno essere curate usando in maniera appropriata la luce e le tenebre. Questo non ci dovrebbe stupire più di tanto, infatti la parola Lucifero significa “portatore di luce”: è da questo che capiamo come luce e tenebre (e quindi anche i colori) possano diventare delle terapie per le malattie luciferiche.

Parlando dei colori non si può non citare l’arcobaleno.

Innanzitutto va notato che gli arcobaleni che si possono generare sono ben due: il primario, più visibile, e quello superiore con colori più tenui. L’arcobaleno è un bel fenomeno che compare dopo una pioggia, la presenza di goccioline sospese in aria permette il fenomeno della rifrazione, quindi l’indebolimento, della luce. Abbiamo però visto che i colori per potersi manifestare necessitano anche di un secondo fattore, oltre all’indebolimento della luce: le tenebre. Queste le troviamo nella cosiddetta “zona di Alessandro”, nome che deriva dal filosofo greco Alessandro di Afrodisia che per primo descrisse questa zona. Tale banda scura si trova tra i due arcobaleni. E’ interessante notare come da questa zona nascano le due bande rosse degli arcobaleni, infatti nel primo arcobaleno il violetto è il colore più vicino alla terra mentre nel secondo arcobaleno è quello più vicino al cielo. A mio avviso, l’esempio dell’arcobaleno ci insegna che le tenebre entrano nella luce indebolita passando dal rosso: deve essere proprio questa la porta di ingresso per le tenebre! Un altro insegnamento ci dà l’arcobaleno, vediamo infatti che il secondo arcobaleno è decisamente più tenue, a tal punto che spesso non si vede neanche. In questo si potrebbe trovare un’ulteriore conferma che i colori sono un fenomeno terrestre che non riguarda il Cielo, infatti è l’arcobaleno più vicino a terra (quindi quello più “terrestre”) ad avere i colori più netti mentre il secondario (più “cosmico”) a malapena si percepisce. Restano però un paio di dubbi irrisolti in tutto questo: ma da dove arrivano quelle tenebre che vanno a formare la fascia oscura di Alessandro? E perché la porzione di cielo compresa tra la terra ed il primo arcobaleno è più luminosa rispetto alle altre? E’ qui che ben capiamo come stia avvenendo uno scontro tra Luce e Tenebre …

Una considerazione finale, che probabilmente potrà fare “sorridere” qualcuno ma questo poco importa, sul lavoro di Newton. Chi “mastica” un po’ di antroposofia sa che il numero 6 rappresenta una fase evolutiva critica per l’uomo, Steiner spiegò molto bene questo concetto nel ciclo di conferenze intitolato “L’Apocalisse”, in merito al numero 666 di cui parlò l’evangelista Giovanni. La scoperta dello spettro della luce solare da parte di Newton risale all’anno 1666, quindi qui abbiamo ben tre 6 consecutivi. Va inoltre aggiunta un’altra considerazione. E’ singolare che questa banda policromatica fu chiamata spettro, infatti in lingua italiana per spettro si può anche intendere un fantasma, in inglese il termine “spectrum” (spettro) è molto simile alla parola “spectre” (fantasma). Possibile che non si potesse usare una parola meno equivoca per riferirsi alla luce? “Correva l’anno” 1666 e la luce veniva paragonata ad uno spettro, un demone: chi ha orecchi per intendere, intenda! Proporrei, sulla base di quanto detto, di sostituire il termine spettro con uno più appropriato come “banda policromatica”. Con questo lungi da me voler demonizzare Newton, anzi ammiro molto il suo approccio scientifico, se solo i biodinamici sapessero imitarlo nelle sperimentazioni che fanno! Spesso infatti si sentono fare affermazioni sulla validità di un preparato o di un trattamento senza la ben che minima prova scientifica, senza la ben che minima testimonianza oggettiva. Evidentemente il prezioso insegnamento della ricercatrice Lilly Kolisko, non per nulla lodata da Steiner, non è stato compreso …

Il nostro compito in quest’epoca così critica consiste nel osservare la Natura, il Creato con occhi nuovi e di sforzarci, avvalendoci della infinita mole di dati empirici che la scienza ha “sfornato” in tutti questi anni, di dare un’interpretazione vivente del mondo che ci sta attorno. Questo non è un fatto di intelligenza, tanto meno di genialità, è solo questione di voler “sudare”, giorno dopo giorno, su questo fantastico campo che è le vita al fine di migliorarci nelle nostre qualità morali; solo così “qualcuno dall’alto” sarà disposto a suggerirci quanto va detto, quanto è così urgente che fluisca nella nostra civiltà in decadenza ad una velocità vertiginosa. Ecco che allora le seguenti parole potranno assumere il loro giusto significato:” Ti ringrazio, o Padre, Signore del Cielo e della Terra. Ti ringrazio perché tu hai nascosto queste cose ai grandi e ai sapienti e le hai fatte conoscere ai piccoli. Sì, Padre, così tu hai voluto.” (Luca 10, 21-22).

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