Consorzio di promozione
del DOC Rosso Canosa

AgriBio Onlus
Renaissance des AOC
con il patrocinio di:

Comune di Canosa di Puglia
Provincia di Bari – Assessorato all’Agricoltura
Regione Puglia – Assessorato all’Agricoltura
Camera di Commercio, Industria, Artigianato ed Agricoltura di Bari



Relazione al Convegno “Guarire la terra per guarire l’uomo”

Martedì alle ore 2,00 del mattino con le note della mia fisarmonica è finito il Convegno “Guarire la terra per guarire l’uomo” organizzato a Canosa di Puglia da Agri.Bio e dall’azienda biodinamica Cefalicchio durato 3 giorni ( da sabato 21 a lunedì 23 giugno) che aveva come tema la promozione e la degustazione dei prodotti e vini biodinamici con un notevole afflusso di persone nelle 6 sessioni che hanno caratterizzato la manifestazione.

Fabrizio Rossi titolare con il fratello Nicola e la sorella dell’azienda agricola Cefalicchio ci ha fatto una introduzione parlando dell’azienda e del lavoro che si vuole fare nella stessa e le ragioni per le quali si è scelto l’agricoltura biodinamica come pratica agricola.

Sabato mattina Ivo Bertaina presidente di Agri.Bio ha fatto una breve sintesi delle caratteristiche dell’agricoltura biodinamica che è una vera risposta alle odierne esigenze agricole del produttore ed alle esigenze alimentari del consumatore perchè dal lato agricolo porta ad un aumento della fertilità del terreno ed alla conseguente diminuzione delle malattie della pianta e degli animali dal lato del consumatore una aumentata qualità alimentare ed una forte caratterizzazione territoriale del prodotto.
Certo applicarla non è forse semplice perché obbliga lo stesso produttore ad avere un approccio olistico completo e forse nuovo per i tempi di oggi ma porta di conseguenza l’uomo ad una nuova ed opportuna evoluzione sociale e pratica mentre per il consumatore deve intervenire il cambiamento importante di “pesare” la qualità del prodotto e non solo il peso. Se si facesse veramente un rapporto tra qualità e peso si capirebbe per sempre che il prodotto biodinamico nel suo complesso costa molto meno di un prodotto convenzionale. In pratica l’agricoltura biodinamica è a tutti gli effetti una biotecnologia del vivente ( le biotecnologie non sono, come si crede gli OGM ma per esempio l’antica tecnica di fare il pane a pasta acida) mentre gli OGM sono e lo dimostrano sempre di più i fatti e le sperimentazioni che escono con il contagocce dagli studi delle poche enormi multinazionali che li controllano,le necrotecnologie ( tecnologie della morte) che danneggiano irreparabilmente l’uomo e la natura.
Ho ribadito il concetto importante che l’agricoltura biodinamica non deve essere solo una moda per creare un interesse da parte del consumatore applicando un inutile e vuoto marchio in più sul proprio prodotto ma deve essere innanzitutto essere una cosciente e seria applicazione dei preparati biodinamici e di quelle tecniche che consentono di migliorare la vita della pianta e degli animali e di sviluppare quell’attenzione e quell’osservazione sulla terra, vegetali ed animali, che era tipica espressione dei contadini di poche generazioni fa, che ci stanno intorno per poter dare loro il massimo aiuto e cura perché solo così miglioriamo anche noi stessi e la qualità della nostra vita.

Sergio Maria Francardo, conosciutissimo medico antroposofo di Milano, che ritengo uno dei massimi divulgatori della medicina antroposofica e sicuramente il più bravo in Italia nell’arte della divulgazione, ci ha invece , nella seconda sessione del pomeriggio di sabato 21 giugno, portati nel mondo della medicina antroposofica che molte persone, per mancanza di strumenti conoscitivi adeguati, associano alle medicine alternative in genere. Il dottor Francardo ci ha detto che la medicina antroposofica è innanzitutto una medicina ospedaliera che si associa e mette in relazione alla medicina allopatica con tanto di ospedali antroposofici in tutta Europa e nel mondo, case di cura, infermieri e terapeuti che affiancano il complesso lavoro del medico antroposofo. Naturalmente in Italia questa pratica è poco applicata e poco conosciuta ma la serietà e i grandi risultati ottenuti dai medici antroposofi ( posso dire che sono guarito personalmente da un grave tumore con questa medicina ed altrettanto ha fatto su mia madre con un carcinoma allo stomaco e soprattutto la poca invasività ed il costo ridotto che avrebbe nell’individuo e nella società questa pratica) dovrebbero darle quello spazio e quella risonanza che purtroppo oggi non ha. La risonanza che meriterebbe non esiste anche perché la medicina antroposofica non è un business ma una cura della salute delle persone viste come tali e non come numeri fiscali, mentre recenti scandali ci rivelano che oggi il paziente è visto come un “animale al macello” da esimi professori che pensano solo ad arricchirsi sulle vite spezzate degli altri. I medici non sono mai stati ricchi, ripete Francardo, proprio perché fino a pochi decenni fa i medici curavano anche con intense fatiche a tutte le ore la salute degli altri e non il proprio portafoglio. Soprattutto il concetto che la malattia sia vista in primo luogo una opportunità di sviluppo spirituale per l’essere umano fa ripensare e porta ad un diverso approccio con la stessa malattia vista come elemento di trasformazione e crescita che ci vuole mandare uno specifico messaggio evolutivo e non un semplice “guasto nella macchina” del corpo umano.

Domenica 22 giugno, nella terza sessione, il grande amico e grande divulgatore mondiale della vitivinicoltura biodinamica Nicolas Joly ci ha portati nel mondo complesso della vite, del suo compito e del suo futuro. Il suo intervento è stato caratterizzato dall’importanza e della coscienza dell’uso delle forze che agiscono sulla natura e del saperle riconoscere in ogni ambito per aiutare il corretto sviluppo delle piante. Ci ha detto che la crescita deve partire dall’agricoltore che non deve diventare, anche nella biodinamica, un braccio di un consulente tecnico biodinamico, ma deve essere lui, in estrema ratio, a dover prendere le migliori decisioni per la sua azienda perché lui ci vive, la conosce ed osservandola deve capire meglio di chiunque altro le azioni da fare.
Un elemento che sta molto a cuore a Nicolas Joly è la mancata attenzione che vi è sull’inquinamento elettromagnetico che con le miriadi di onde che oggi pervadono ed invadono ogni angolo della terra porteranno a risultati devastanti per l’uomo che non vuole vederne gli effetti ma li subirà se continuerà a fare finta di niente. Le allergie al grano od al altri prodotti alimentari, dice Joly, non sono allergie a tali alimenti ma allergie all’uomo ed alla sua stupidità!
Altri consigli più tecnici per esempio sull’uso del letame e di quale letame per ogni coltura e della necessità della sperimentazione di tali idee e sulla difficile arte della trasformazione dell’uva in vino visto come grande espressione del territorio e non come anonima bevanda solo stati alcuni degli argomenti trattati e che hanno interessato molto e posto domande nuove nell’animo del numeroso pubblico intervenuto da diverse regioni.
Devo dire che i pasti consumati presso il ristorante interno dell’azienda Cefalicchio guidati sapientemente ed artisticamente dal grande Maurizio Guzman hanno fatto da degna cornice allo svolgere del Convegno assieme alla musica di tre gruppi musicali che hanno allietato le serate sotto un bellissimo cielo blu coperto di stelle.

Domenica pomeriggio, nella quarta sessione del convegno, Maurizio Loconte ci ha accompagnato in una bellissima ed istruttiva visita sui mille misteri del famoso castello, che castello non è, di Federico II a Castel del Monte. A bordo di un pulman abbiamo percorso la trentina di kilometri che separano fisicamente Canosa dal “castello” che si vede ergere già a distanza con un suo magico alone di mistero. Nella visita che partendo dall’esterno del monumento ci ha portato in ognuna delle 16 stanze che la compongono e nel suo cortile ormai sfigurato, come buona parte del castello con opere di restauro a dire poco barbare, ma che conserva ancora traccia del suo passato ad occhi attenti come quelli dell’avvocato Loconte che ci ha fatto sorgere domande, alle quali spesso non ha voluto rispondere chiaramente per farci pensare e ragionare sui fatti. Apparenti “errori” di costruzione del castello, ad esempio il fatto che all’esterno sia un perfetto ottagono ed all’interno sfasato nelle proporzioni, oppure il non allineamento di finestre e balconi o “strane” scritte in posti ancora più strani attraverso le spiegazioni di Loconte ci hanno portato a scoprire nessi apparentemente strani e cogliere tecniche di costruzioni eccezionali per il periodo che ci hanno fatto capire che quelli che noi consideriamo “errori” sono cose volute per motivi ben specifici che celano grandissimi segreti. Il rapporto dell’uomo con le forze celesti e la loro conoscenza era sicuramente allora, almeno per alcuni uomini, molto più grande di oggi e per questo fatichiamo a cogliere ogni essenza, fra l’altro ancora visibile a larghi tratti, di una magnifica opera tesa alla conoscenza iniziatica che, per ineludibile destino, dopo il suo abbandono fu “usato” come ricovero di briganti e di pecorai che asportarono moltissime parti dello stesso castello ed altre caddero in rovina, e fu “restaurato” da barbari architetti e restauratori senza cuore e senza spirito. Oltre agli innumerevoli errori e gravi deturpamenti fatti, come le colate di cemento sui pavimenti e nel cortile posso citare la chiusura degli accessi alla parte superiore con colate di cemento!
In ogni caso un attento osservatore può ancora con infinita pazienza ed esercizio interiore cogliere quei tratti che messi assieme servono per svelare almeno alcuni dei meravigliosi segreti di quegli uomini che costruirono un monumento unico al mondo del quale si percepisce chiaramente nell’aria, salendo la forza e la grande energia che ancora adesso salendo gli scalini che portano all’ingresso ti penetrano e ti scrutano dentro.
Sabato sera al ritorno dal “Castello” di Federico II abbiamo visto insieme sul grande schermo la partita dell’Italia contro la Spagna giustamente persa per la scarsa consistenza tecnica del reparto avanzato, con toni offensivi molto bassi.
Una bella cena alle 24,00 ci ha riconciliato con il paesaggio pugliese e con la troppa importanza data ad un evento che vale veramente poco, ma che ci rapisce per sentimenti nazionalistici che non hanno più ragione di esistere.

La terza giornata è iniziata con la quinta sessione, ovvero la degustazione guidata splendidamente dalla sommelier Laura Zini, che con la sua sapiente interpretazione e con la poesia espositiva che la contraddistigue e che solo lei sa cogliere dall’osservazione e dalla degustazione di un vino con la degustazione di 15 splendidi e nobili vini bianchi. 15 diverse espressioni del territorio e di una arte unica per ogni produttore di saper cogliere e seguire la trasformazione da uva in vino senza rovinarlo o coprirlo con elementi diversi da quelli che naturalmente esistono in queste uve. Girando sulle ali del nostro palato, della vista e dell’olfatto tra diverse regioni italiane naturalmente compresa la Puglia con i sempre migliori vini dell’azienda Cefalicchio di Fabrizio e Nicola Rossi (mi permetto di citare il miglior rosè italiano a mio giudizio ottenuto con uve da Vino di Troia, ovvero il Ponte delle Lame) , spaziando per la nobile Francia, la stupefacente Germania, lo sconvolgente vino bianco della Georgia e la Slovenia con prodotti unici, spesso con produzioni di poche migliaia di bottiglie ma delle quali occorre ringraziare il cielo di poter avere la fortuna di averle assaggiate e che “vanno giù come l’olio” nel vero senso della parola portandoci con ogni sorso nelle vigne e nelle cantine dei produttori. Un bell’esempio è venuto dalla degustazione del Trebbiano d’Abruzzo di Emidio Pepe attraverso il quale la nostra brava Laura ha saputo cogliere la personalità dell’agricoltore confermata pienamente dalla figlia Daniela presente alla degustazione, stessa cosa la posso confermare per le caratteristiche di Stefano Bellotti colte dalla Zini degustando un suo dolcetto….

Nel pomeriggio è iniziata la sesta ed ultima sessione con 17 meravigliosi ed a tratti imperiosi vini rossi.
Nel corso di questa sessione, aiutati anche dalla minor presenza di degustatori, la bella atmosfera già presente nella mattinata è diventata ancor più palpabile, ancora più evidente un filo di complicità e di grande attenzione ha pervaso una maratona senza interruzioni di oltre quattro ore, nelle quali come in una sinfonia, ognuno di noi è diventato strumentista di una orchestra che suonato strumenti liquidi, i vini, con la mente e col cuore e questo è emerso sempre di più verso la fine quando ci sentivamo veramente come una sola persona, un solo essere.
Anche qui percorrendo le strade delle regioni italiane, con indirizzi spesso poco conosciuti ma con paesaggi gustativi eccezionali, passando per la Francia, un imparagonabile vino del Libano, un superbo e difficilissimo vino della Spagna ritornando in Italia con una mobilissima Bonaria della azienda Macchiona ed un bello e nobile nero d’Avola siciliano come quello di Arianna Occhipinti abbiamo veramente volato come se fossimo anche fuori dal tempo in una progressione incredibile.
Fabio del noto ristorante del Tarassaco ha fatto i complimenti a Laura Zini per l’ordine proposto nell’assaggio dei vini e detto da lui è veramente un complimento.
Alla fine della degustazione , fuori programma, uno dei più anziani produttori biodinamici pugliesi ci ha proposto un suo vino, da uve Pinoto Nero, appena fatto. Anche qui Laura Zini ha saputo cogliere la pugliesità che ha tratto dalla degustazione nonostante il ceppo non sia pugliese, nota che dice come l’influenza del territorio sia più forte delle caratteristiche di un ceppo non autoctono e tutti hanno saputo cogliere ed apprezzare il lavoro di questo agricoltore che come ci ha detto che fa uva da tavola da 25 anni ed “è più difficile fare uva da tavola che fare vino” perché nell’uva da tavola non hai nessun momento per rimediare agli errori fatti, quello che è, è. Mente sappiamo che nel vino qualche aggiustatina si può fare….
Come ho detto quando ho chiuso la sessione, non mi era mai capitato all’interno di una degustazione di vivere momenti così intensi ed anche, lasciatelo dire, commoventi: merito di una grande direttrice d’orchestra , Laura Zini e di strumentisti validissimi, gli assaggiatori.
Gli stessi produttori hanno apprezzato la degustazione e posiamo dire che il 23 giugno è nata una vera stella nell’ambito dei sommelier. Solitamente i sommelier vedono male i vini biologici e biodinamici, spesso fuori dagli standard delle bevande che usano degustare. Anche perché per capire un vino fuori dagli standard occorre pensare, mettere il discussioni i piatti ed omogenei vini che degustano ogni giorno e dirsi che può esiste qualche cosa di diverso.
E’ meglio ghettizzare subito i diversi e tenersi amici della massa, questo accade anche nei vini ma da oggi abbiamo anche una sommelier al nostro fianco: non una semplice sostenitrice, ma una seria e corretta professionista che sa cogliere le note anche dissonanti che esistono in un vino, che come nella musica non sempre sono stonate, semplicemente l’orecchio umano fatica a cogliere, ma che se con studio ed approfondimento si colgono si capisce che danno melodie e gusti unici ed irripetibili. Quando dico irripetibili intendo veramente questo, perché quel vino l’anno prossimo avrà altre note, altre dissonanze e non le ripeterà mai più perché come ci dice la biodinamica le costellazioni celesti ci mettono 25.920 anni per ritornare sulla stessa posizione.
Ed è questo che è chiaramente emerso da questa degustazione: la capacità artistica del viticultore di saper cogliere e portare nei propri vini al momento giusto le forze celesti necessarie, e spesso l’uomo di oggi, dimentico del gusto e della conoscenza delle forze celesti ed avvezzo solo alle pesanti e rumorose forze terresti non le sa più cogliere.
Laura Zini dimostra che forse per la sua femminilità, che è di solito più ricettiva a queste forze, non solo sa coglierle ma anche insegnarle e trasmetterle.
Usciti dalla degustazione ci siamo immersi nello splendido prato dell’azienda Cefalicchio nell’assaggio libero di una quindicina di produttori biologici fino alle 22,00.
Gustato un ottimo buffet dal ristorante ci siamo avviati verso le 23,00 al fuoco di S. Giovanni.
Come sapete il fuco di San Giovanni né per la natura come il natale per l’uomo: la massima fase di calore e di luce e questo calore e questa luce vengono prolungati con fuochi che anticamente si accendevano in ogni prato di campagna da gruppi di contadini.
Fatta qualche danza di gruppo attorno al fuoco ed al suono della fisarmonica ci siamo avviati alle 24,00 alla spaghettata finale con la stupenda musica di un gruppo locale.

Impressioni finali di questo Convegno: un lavoro di organizzazione molto impegnativo, anche perché era la prima volta ed in ambiente per me poco conosciuto ma grande soddisfazione mia, dei Fabrizio e Nicola Rossi e di tutti i partecipanti che hanno apprezzato molto ogni fase dei tre giorni.
Portiamo a casa una ricchezza di conoscenze nuove, di approfondimento di altre, di nuove idee e della sempre maggior coscienza e sicurezza che l’agricoltura biodinamica in un mondo che non vede più futuro è la vera risposta ed una delle poche sicurezze che il domani ci riserba ma occorre essere pronti a coglierla.

Ivo Bertaina

Alcune foto...


Maurizio ed Ivo

Fabrizio Rossi

Degustazione

Si mangia

Nicolas Joly e Francardo

Laura e sommelier

 

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