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Considerazioni di un Viticoltore Biodinamico

Non sono “figlio d’arte”, ma fin da bambino ho subito il fascino dell’ambiente rurale e agricolo e delle pratiche agricole. Sono cresciuto ad Acqui Terme, una piccola cittadina di provincia che negli anni sessanta era ancora spiccatamente agricola; la campagna era vicina e la mia infanzia è stata segnata dai profumi dei prodotti agricoli autentici, che sulle tavole la facevano da padroni. Appena adolescente, insieme a mio padre, ho cominciato ad occuparmi direttamente e a tempo perso della cascina di famiglia, situata a Novi Ligure, nel basso Piemonte. Diciassettenne decisi di abbandonare Genova, città di origine della mia famiglia, dove nel frattempo ci eravamo trasferiti, e di stabilirmi in cascina: la Cascina degli Ulivi.

Mi trovai in un ambiente dove ebbi la fortuna di intravedere ancora l’ultimo scorcio del mondo rurale ormai morente: i contadini attivi rimasti in zona avevano date di nascita che ruotavano intorno al 1900, ma da loro potei assorbire tanto. Ci si trovava in una fase di passaggio: l’agricoltura del passato era finita, quel mondo stava morendo, e quell’agricoltura non era più riproponibile. D’altra parte l’agricoltura industriale “moderna” non mi convinceva, e per diverse ragioni: ragioni ecologiche, etiche ma anche e soprattutto perché, anche se giovane, riuscivo a rendermi conto che era una tecnica che l’industria usava per mettere il giogo all’agricoltura al fine di renderla dipendente. I “tecnici” null’altro erano che degli agenti, dei piazzisti di questa o quell’altra ditta di fitofarmaci o altro. Ad ogni problema rispondevano con il magico sacchetto che creava un altro problema, a cui a sua volta si rispondeva con un altro sacchetto e così via. Non era facile: l’agricoltura del passato non esisteva più e mi rendevo conto che quella del presente era un vicolo cieco. E’ logico che verso la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, appena sentii parlare di agricoltura biologica, drizzai le orecchie: era un linguaggio che sentivo vicino a me. A quei tempi si era pochi, pionieri e poveri, senza strumenti né conoscenze e un po’ con il complesso del brutto anatroccolo. In quel periodo mi capitò di incontrare Luigi Brezza, un agricoltore di vecchio stampo, ma che già negli anni sessanta aveva conosciuto il metodo biodinamico e aveva iniziato a praticarlo: mi si aprì un nuovo mondo. Nell’azienda di Brezza tutto era florido e produttivo: i suoi campi, le sue vigne, la sua stalla primeggiavano in qualità e in produttività su tutte le aziende della zona. Brezza e la sua azienda mi diedero un nuovo coraggio, mi spinsero a conoscere e praticare il metodo biodinamico. Iniziai non per fede, non per ideologia, ma perché il metodo biodinamico funzionava. Non fu facile, non c’erano tecnici né agricoltori che praticavano la biodinamica al di fuori di Brezza, e tutti andavano un po’ avanti a tentoni. Un altro elemento difficile da sostenere era lo scetticismo degli “altri”, di quelli che ti prendevano per matto e ti trattavano come uno che aveva le antenne al posto delle orecchie. Infine, per praticare e imparare questo tipo di agricoltura è necessario cambiare i propri schemi di pensiero e dimenticare tutto quello che ci è stato insegnato ovviamente non é né semplice né immediato: positivismo, riduzionismo e tutti gli altri “ismi” novecenteschi. Per fortuna che avevo avuto quei maestri semianalfabeti nati intorno al 900!!!

Per fare agricoltura bisogna capire cosa è una pianta e cosa è il suolo, cos’è il cosmo e tutto il delicato e complesso sistema di interazione continua tra tutti i sistemi vitali ed energetici. L’agricoltura industriale e convenzionale nasce dalla scoperta di Liebig, che capì che le piante possono nutrirsi “anche” per via idroponica, con una manciata di sali minerali. Il sistema industriale, sostenuto dall’approccio riduzionista e meccanicista, andò a nozze con questa scoperta e cavalcò subito la tigre, capendo che era l’occasione per controllare con il piede pesante del potere l’agricoltura e le masse rurali, non più con la miseria ma con il mito del progresso. Il controllo dell’agricoltura è ancora più cruciale del controllo dell’energia ed è facile da capire: la prima esigenza di tutti gli uomini è nutrirsi. E’ stato fin troppo facile per l’ approccio meccanicista assimilare la pianta a un mezzo produttivo, a una sorta di macchina, dove metti 10 di input per ottenere 8 (eh l’entropia!!!) e il suolo ad una sorta di substrato inerte che la supporta, dove il cielo non esiste. In un sistema simile tutto diventa semplice da controllare, attraverso il calcolo, malattia fondamentale dello scientismo moderno. L’ideale della scienza moderna è il potere, potere tecnico, pratico e intellettuale: si tratta in fondo di ridurre la molteplicità dei fenomeni ad un numero limitato di leggi e poi ridurle ad un’unica semplice formula, ossia meccanizzare l’intelletto in modo tale che il mondo venga calcolato invece che compreso. Tutte le differenti conquiste delle scienze moderne, come il motore a scoppio o a vapore, l’elettricità, l’energia atomica, si fondano sul principio della distruzione della materia. L’aspetto pratico dell’ideale scientifico è il dominio sulla natura a mezzo del principio di distruzione. Potremmo invece immaginarci degli sforzi di scoperta che vadano nel senso contrario, cioè verso la costruzione, non l’esplosione, ma la crescita di una “bomba atomica” costruttiva. In ogni piccolo seme c’è una bomba costruttiva e la quercia è il risultato visibile dell’esplosione lenta, o crescita, di una ghianda.

Far proprio questo modo di pensare è ancora più indispensabile quando si parla di agricoltura. E ben lo avevano capito gli agricoltori tedeschi che già si erano accorti del vicolo cieco in cui si stava dirigendo l’agricoltura industriale, tanto ché negli anni 20 chiesero a Rudolf Steiner qualche consiglio per costruire una agricoltura per il domani, adatta a nutrire l’uomo e la terra e non ad avvelenare ed avvilire il primo e a spogliare e saccheggiare la seconda. Nel ciclo di conferenze che tenne successivamente, Steiner ci fece dono di una meravigliosa sintesi di sapere che si perde nella notte dei secoli e mette le radici nell’ antica India, nelle conoscenze degli antichi egizi, dei monaci medioevali, in tutta la corrente ermetica ed esoterica, negli studi scientifici di Goethe. Una sintesi semplice, divulgata al popolo, adatta all’uomo moderno. Proprio da quel ciclo di conferenze nasce l’agricoltura biodinamica, ad oggi sicuramente il migliore, più funzionante, semplice, poco costoso e soprattutto libero metodo agronomico che conosciamo. L’agricoltura è la scelta più innaturale che esiste, in natura non esistono né campi di grano né vigneti. La natura segue i suoi tempi e i suoi ritmi. L’uomo, con la sua intelligenza, la sua volontà e la sua creatività può fare agricoltura, ma può farla solo seguendo le leggi della natura, usandole e mettendole al suo servizio, nell’ambito di un rapporto di profondo rispetto. Solo il delirio di onnipotenza dell’uomo moderno ha potuto pensare di fare una agricoltura totalmente estranea alle leggi della natura. Su questa aberrazione si basa l’agricoltura convenzionale. Il suolo è vivente, è un autentico organismo vivente. La pianta è un essere vivente, un essere vivente che ha il ruolo di unire, di fare da tramite tra la terra e il cielo, fra la terra e le energie cosmiche. La pianta, sulla terra, è l’unico essere veramente creatore, porta sulla terra quello che prima non c’era, e porta nell’aria quello che prima non c’era. Il 95% della materia che una pianta produce, non viene dalla terra ma dall’aria e dal sole. Noi uomini e gli animali, viviamo e ci muoviamo grazie all’energia solare, ma non possiamo fruire direttamente di quell’energia, non ci nutriamo di luce se non in minima parte ed è proprio la pianta che cattura, metabolizza e ci mette a disposizione questa energia condensata in materia, che in altre parole ci rende commestibile l’energia solare. Il nostro scheletro, per formarsi e mantenersi, nonché tutto il nostro organismo per funzionare, ha bisogno di sali minerali. I sali minerali sono nella terra, nella roccia madre, ma di nuovo noi non possiamo mangiare i sassi o la sabbia e di nuovo è proprio la pianta che ce li offre, rendendoli commestibili. Cerchiamo quindi di capire la pianta e di capire come fa a compiere questa meraviglioso, autentico e unico miracolo, lei ancorata al suolo e immobile. Abbiamo detto che il 95% della materia che essa produce proviene dal cielo e dall’energia solare, il 5% sono sali minerali, sono le ceneri che rimangono nel camino quando bruciamo ciocchi di legna. La pianta, ancorata al suolo e sprovvista di sistema neurosensoriale, come fa a trovare nella terra ciò che gli serve? E come fa la radice a perforare la roccia fino a grandi profondità? Chi la guida? In realtà la radice non avendo sistema neurosensoriale proprio ed interno si avvale di sistemi organizzatissimi secondo una lucida intelligenza, che ne capta le esigenze che la guidano e che alla fine fanno da tramite alla sua “nutrizione”.

La radice per garantire la vita alla pianta deve trovarsi in un suolo vivente. Il buon senso di un bimbo di tre anni ha la coscienza che su di un pavimento non può crescere il grano. L’aberrazione dell’agronomia moderna è tale da seminare su dei terreni che hanno la stessa vitalità di un pavimento: terreni compattati dall’utilizzo di macchine troppo pesanti, uccisi dall’utilizzo di concimi e pesticidi chimici, erosi dagli agenti atmosferici. Ed è immediato entrare in un circolo vizioso: in tali terreni le radici non riescono più a trovare ciò che gli serve, sono disorientate, risalgono in superficie e, per far sopravvivere una pianta in queste condizioni occorrono concimi, una pianta concimata assorbe più acqua e allora si procede con l’irrigazione selvaggia su una terra che non sa più trattenere l’acqua e di conseguenza si erode e così via. Questi sono gli artifici che portano a tutte le tristi conseguenze che ben conosciamo: alluvioni, abbassamento delle falde, avvelenamento delle falde ecc… E quale legame può avere con il terroir una pianta del genere?? Monsanto, Novartis, Bayer! In questo modo le piante perdono l’orientamento, la vitalità e si ammalano: la malattia nella pianta è solo e sempre carenza o eccesso di forze vitali, i patogeni della pianta sono dei regolatori della natura che arrivano per tentare di mettere le cose al loro posto. L’agricoltura “moderna”, per rispondere alla malattia della pianta, si serve di chimica e pesticidi, cosicché anche le chiome e le foglie, che dovrebbero comunicare con il cielo e la luce, comunicano soltanto con i veleni che le ricoprono. Non da ultimo le famigerate concimazioni nitriche, responsabili dei famosi residui di nitrati tanto dannosi per la salute, sono altresì responsabili di un calo di oltre l’ 80% della capacità della pianta di assorbire la luce e quindi anche la CO2, avvilendo la funzione e il ruolo stesso delle piante su questa terra. Di nuovo qual’è il rapporto della pianta con il microclima e con il luogo??

Dobbiamo invertire il concetto per il quale, siccome la pianta prende qualcosa dal suolo, noi siamo tenuti a rimettercelo meccanicamente. La pianta è su questa terra per dare al suolo: prende carbonio morto dall’aria e fissa carbonio vivente nel terreno e lo stesso fa con l’azoto. Carbonio e azoto umificati sono la base della vita: nessuna macchina, nessun laboratorio, nessuna scoperta scientifica può riprodurre questo processo. La vita procede per processi e non per numeri. Alla fine si può fare agricoltura vera mantenendo il suolo vitale, mantenendo la biodiversità e praticando lavorazioni non invasive: questo è il buon senso agronomico e questa è la base agronomica della biodinamica. Su questa base si inserisce l’uso dei preparati biodinamici, che sono la specificità del metodo biodinamico.
L’azienda biodinamica deve essere considerata come un organismo e infatti parliamo di organismo aziendale. Come tale è una azienda a ciclo chiuso che dovrebbe essere quanto più possibile autosufficiente: ciò che serve è preparato e prodotto in azienda e per questo è una azienda libera e a basso costo. Chiaramente ciò è relativo alla situazione economica del luogo in cui l’azienda si trova e per esempio quello che da noi è considerato a basso costo non è tale in India o in Africa e viceversa. L’agricoltura convenzionale dipende completamente dall’industria e questa situazione, soprattutto nei paesi terzi, spesso diventa insostenibile (in India ci sono circa 4 suicidi di piccoli contadini ogni ora). I preparati biodinamici sono semplici e partono da materie prime facilmente reperibili. La pianta, come tutti gli essere viventi, si trova al centro di due forze: la gravità e la levità. La vita è nella bilancia tra queste due forze, ciò che è incarnato nella vita biologica è sottoposto a queste due forze: solo levità senza gravità non sarebbe incarnato, solo gravità sarebbe portato alla morte. E in ciò che è vivo sono presenti gli impulsi di tutti e quattro gli elementi: terra, acqua, aria e fuoco, anche se nel gesto di ogni pianta possiamo ovviamente leggere il peso maggiore di uno di questi quattro elementi. Ad esempio la terra nella vite, l’acqua nella ninfea, la luce nell’ulivo. La pianta è incarnata sulla terra, ma il suo archetipo sta in un altro paradigma e solo mettendosi in comunicazione con il suo specifico archetipo la pianta sarà guidata ad acquisire la sua forma. Le forze formatrici che guidano la pianta sono nella luce. Una pianta al buio cresce a dismisura ma non acquisisce forma, rimessa alla luce sapremo riconoscerla per quello che é. I preparati aiutano la pianta a ritrovare sé stessa, la guidano verso la sua giusta armonia. Ci sono due preparati da spruzzo: il corno letame o 500 e il corno silice o 501. Il cornoletame altro non è che letame di mucca fresco, inserito in un corno di vacca (non manzo o toro) per tutti i mesi invernali. In primavera il corno viene dissotterrato e si estrae dal corno una sostanza completamente trasmutata, che con l’originale letame non ha più niente a che vedere. Otterremo una sostanza profumata di bosco, elastica e modellabile, che potremo conservare in apposite casse rivestite di torba e utilizzare spruzzandolo sulla terra dopo averlo “dinamizzato”. Di questo preparato si utilizzano circa 100 grammi per ha ogni 30 litri di acqua tiepida (37°). La dinamizzazione consiste nel creare un vortice nell’acqua e, una volta ottenuto, romperlo girando nel senso contrario, fino a creare un altro vortice e così via per un ora. Questo preparato, che si distribuisce in autunno e in primavera, essendo un potentissimo unificatore, lavora sulla forza di fertilità del terreno e sulle forze di crescita della pianta, quindi sugli elementi terra/acqua.
L’altro preparato da spruzzo, il 501, non è altro che silice cristallino (quarzo), tritato in polvere impalpabile, anch’esso messo nel corno di vacca, ma sotterrato nei mesi estivi e dissotterrato in autunno. Questo preparato si spruzza sulle foglie previa dinamizzazione di un ora in 30 lt ad un dosaggio di 4 gr per Ha. Il cristallo di quarzo è luce e questo preparato è sulla luce che lavora (aria e calore) e quindi sulle forze formative della pianta, sulle forze di fruttificazione, di sintesi, di maturazione. Il preparato si spruzzerà due o più volte quando la pianta comincia a preparare il frutto e il seme.
Ci sono poi altri sei preparati, a base di achillea, camomilla, ortica, corteccia di quercia, tarassaco e valeriana, che vengono usati nell’allestimento dei cumuli di compostaggio, al fine di migliorarne il metabolismo. Anche in assenza di cumulo possono e debbono essere distribuiti ugualmente sul terreno con altre metodiche, visto la loro potenza umificatrice. I frutti che otteniamo da piante così trattate sono meravigliosi, sani e ricchi, i veri frutti della terra. Il settore dove ho acquisito una maggiore esperienza è la vite e il vino.

Per quanto riguarda il vino, oggi c’è molta confusione quando si parla di vini biodinamici. Non è sufficiente che un vino non sia filtrato o che un bianco abbia avuto una lunga macerazione sulle bucce per essere biodinamico. Avendo delle uve che provengono da un vigneto coltivato con questo metodo, sicuramente il nostro lavoro di cantina si ridurrà ad un lavoro di assistenza e di accompagnamento. Noi non facciamo il vino ma lo accompagniamo nel suo farsi. Non abbiamo bisogno di artifici perché tutto ci viene donato. Le fermentazioni avvengono in maniere spontanea, grazie ai milioni di ceppi di lieviti che sono sulle nostre uve, specifici e diversi da vigneto a vigneto, di enzimi, di tannini, di essenze. Se si sapesse quanti tipi di sostanze vengono aggiunte all’uva in fase di vinificazione dalla moderna enologia, ne saremmo tutti talmente spaventati da non volerne più sapere di quello che chiamano il vino. Il vino è il risultato della fermentazione spontanea dell’uva. Il resto sono bevande a base di succo d’uva che dal vero vino si allontanano sempre di più. Ad esempio tutti i “vini” del mondo vengono prodotti con una manciata di ceppi di lieviti più o meno Ogm selezionati in Australia e prodotti dalla Lallemand, una multinazionale canadese. Andate a visitare il suo sito, così capirete come si fa ad ottenere quel certo aroma di banana se non di frutta esotica. Ed è ovvio che quello che viene detto per il vino vale per tutti gli altri prodotti agricolo trasformati, in primis il pane. La trasformazione del prodotto agricolo attraverso la fermentazione è un processo talmente meraviglioso che è avvolto in una sfera di sacralità, tanto che in tutte le religioni del mondo è proprio il prodotto fermentato ad essere assunto come tramite con il divino: si pensi al pane e al vino della religione cattolica. Non avremmo il diritto di interferire con questo processo, il fatto è che purtroppo le uve convenzionali sono talmente avvelenate che senza il pacchetto di lieviti, quello di enzimi, quello di sali eccetera, non fermenterebbero.

Oggi è un po’ di moda parlare di biodinamica e il rischio è che qualcuno possa intravederci il business. Avvicinarsi alla biodinamica per business è un grave errore, perché lo spirito che ci porta alla biodinamica deve essere una spinta di Amore, proprio quell’Amore che, guarda caso, “muove il cielo e le altre stelle”.
Senza togliere nulla al fatto che ci si possano fare anche ottimi affari, ma devono essere affari che partono da una spinta di amore: questo è l’aspetto rivoluzionario.

Stefano Bellotti

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