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Quaderni di Flensburg |
E’ un libro di
200 pagine che si legge in un batter d’occhio. Salvo poi tornare
a rimuginarci su nei momenti più impensati. Devo dire che, come
frequentemente accade, la quarta di copertina non da un’idea precisa
di ciò che ci si può aspettare una volta iniziata la lettura.
Innanzitutto, non si tratta dell’opera organica di un autore, ma di una raccolta di interviste: medici, sacerdoti, infermiere, una donna colpita da un grave lutto, un malato terminale di aids. Queste sono le persone che si alternano alla voce narrante con la loro personale esperienza. Uomini e donne estremamente diversi per mentalità e scelte di vita, ma tutte con una personale e profonda conoscenza con la morte che raccontano in una maniera sorprendentemente quieta e serena. Non è questo il volume per i grandi quesiti esistenziali, ma un approccio colloquiale e a tratti molto quotidiano e pratico, che può aiutare grandemente tutti noi. Possiamo essere noi stessi malati terminali o aver vissuto in grave lutto, possiamo essere semplicemente persone che vogliono prepararsi meglio a un’esperienza che prima o dopo ci toccherà fare. E’ un libro adatto a tutti, un’occasione per riflettere sul tema più universale che ci sia e che, paradossalmente è proprio il più taciuto, il più nascosto. Attraverso la testimonianza diretta di queste persone, veniamo in contatto con la realtà della malattia, della vecchiaia e della morte e leggiamo pareri a volte anche apparentemente contrastanti tra loro (il medico e un sacerdote attribuiscono grande valore al silenzio attorno al morente, un'infermiera invece sottolinea i benefici della musicoterapia). Ma non è questo il punto, la morte è un’esperienza personalissima e nessuno degli intervistati offre risposte e soluzioni per tutti. In tal senso trovo splendidamente sintetica ed esaustiva l’affermazione del Prof Dr. Volker Fintelmann che conclude la sua intervista dicendo “Sono un diligente allievo dei miei pazienti”. Tra poche settimane ricorrerà il 2 novembre, la Commemorazione dei Defunti e può essere un caso o una corrente inconscia che mi ha spinto a scegliere proprio questo libro fra i tanti che avrei potuto leggere in questi giorni. La morte può rafforzare il sentimento di responsabilità verso il nostro fare e lasciar fare, verso il rapporto con il tempo che abbiamo da vivere. Cristina Marello |
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