L’Italia sarà libera da ogm?


Un gruppetto di agricoltori di Pordenone attribuisce la grave mancanza di redditività della coltivazione del mais in questi anni al divieto di coltivazione in Italia dell’ibrido transgenico della Monsanto, Mon810, che produce il bacillo turingiano, letale alla farfallina piralide, la quale, allo stato larvale, si nutre della pianta di mais. I detti coltivatori friulani dichiarano di perdere 500 euri all’ettaro per non poter coltivare l’ogm Monsanto, autorizzato dalla Comunità europea, ma vietato in Italia dal noto decreto interministeriale successivo alla sentenza del Consiglio di Stato che imponeva al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali di stabilire le norme di coesistenza nelle more delle Regioni, competenti in materia.
Due dei maiscoltori friulani minacciarono di seminare tre piante di mais transgenico in segno di protesta e sembra che ne abbiano seminato invece qualche intero appezzamento.
Intervenuta la magistratura, fu dato un tempo esagerato al tecnico incaricato, perché verificasse se il mais coltivato era transgenico, tanto da non evitare che, nel frattempo, il polline potesse giungere a piante della stessa specie da polenta, o ad agricoltura biologica, provocando danni economici, anche molto rilevanti, a terzi.
Un articolo indignato sul fatto, di CARLO PETRINI, comparve su La Repubblica di martedì 3 agosto, che ebbe un seguito considerevole con un intervento d’un ricercatore nella trasmissione “Prima pagina” di Rai Radio 3, la puntata di “Tutta la città ne parla” della stessa rete, interamente dedicata all’argomento, due pagine nella Repubblica del giorno dopo, nelle quali figurava il punto di vista del ministro GIANCARLO GALAN e quello dell’agricoltore indagato.
L’argomento principale, condiviso perfino dalla Monsanto, produttrice del seme modificato geneticamente, è la necessità, in ogni caso, di rispettare la legge, che in Italia è il divieto di coltivazione. Chi ha attuato la protesta, che d’altronde potrebbe essere un bluff, afferma invece che non è chiaro se prevale la regola dei ministeri italiani, od il diritto europeo alla coesistenza, non ancora regolamentata a livello regionale, né nazionale.
Il presidente dell’associazione agricoltori federati, che dichiara di essere lui «quel criminale che tutti cercano per aver messo sei piantine di mais ogm», afferma di esser stufo di usare la chimica per difendere il granoturco dalla piralide, che può procurare micotossine dannose alla salute e dice inoltre di essere per la libertà e che il prodotto italiano si difende puntando sulla qualità. Egli mostra così le migliori intenzioni, ma basate su degli equivoci di fondo.
? La migliore difesa dalla piralide, come da molti altri fattori che limitano la produttività, è la rotazione delle colture.
? La piralide, d’altronde, non è la causa principale dello sviluppo di micotossine, contro le quali si stanno mettendo a prova strumenti antagonisti in agricoltura biologica.
? Non sono da sottovalutare i rischi, soprattutto ambientali, della diffusa produzione del Bacillus thuringiensis da parte del mais geneticamente modificato, benché approvato dall’Europa.
? La libertà del singolo è fondamentale, ma limitata dall’obbligo di non provocare danni a terzi. Il polline di mais transgenico provocherebbe seri danni a chi non lo vuole coltivare.
? La qualità del prodotto biologico e del tipico è di norma superiore a quella del g.m.
Vediamo che cosa dice il ministro GIANCARLO GALAN in proposito: «Mi devo attenere ai risultati della ricerca scientifica. Che su questo sono discordanti. Mi sforzo di mantenere un atteggiamento laico. Basta con le ideologie nei campi. Potremmo anche decidere, a prescindere da ogni considerazione scientifica, che ci conviene non realizzare coltivazioni Ogm in Italia. Per un calcolo economico: mentre in tutto il mondo l’agricoltura tende a omologare la produzione, la prospettiva di un’agricoltura italiana di qualità Ogm free può essere un asso da giocare e una prospettiva affascinante». Sembra una delle nostre “prediche inutili” ai colleghi di Confagricoltura.
Sarebbe bene, però, che qualcuno spiegasse perché mai il governo abbia imposto al parlamento di approvare nella finanziaria, senza alcuna discussione, la soppressione dell’ENSE, Ente nazionale delle sementi elette, ed il suo accorpamento all’INRAN, Istituto nazionale per la ricerca sull’alimentazione e la nutrizione. L’ENSE si autofinanziava e senza oneri per i contribuenti svolgeva servizi essenziali per l’agricoltura, fra cui il controllo della presenza accidentale di sementi transgeniche nelle partite destinate alla semina di mais e di soia. Vedi la lettera dell’ex commissario straordinario dell’ex Ense nella Repubblica del 6 agosto 2010.
L’Informatore agrario n. 30 riporta che l’assessore Franco Manzato ed il presidente Luca Zaia sono decisi a far dichiarare nel nuovo statuto del Veneto che la regione è libera da ogm.
Guido Fidora


 

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