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Si chiama desertificazione l’ultimo
incubo del Marocco
CLIMA. Oltre l’87 per cento del territorio è in condizioni
critiche. Tredici milioni gli abitanti a rischio. Previste perdite economiche
ingenti. Fonti governative: i danni complessivi ammontano a 700 milioni
di euro. Colpita soprattutto l’agricoltura.
Ha piovuto una settimana intera sul Marocco, dalla costa atlantica fin
nel cuore dell’Atlante. La pioggia ha ingrossato i canali e ha
trasformato in pantano il meraviglioso souk di Agadir e le strade di
Marrakech, annacquando gli odori che si alzano dalle decine di ristoranti
ambulanti ordinati a rettangolo nella piazza Jamaa El Fna, patrimonio
dell’Unesco. Ne hanno tratto beneficio gli appezzamenti agricoli
nella valle del Draa e i 30 chilometri di palmeto che circondano Zagora,
patria dei datteri. Ora il maltempo è passato e restano, serie,
le conseguenze dei cambiamenti climatici. L’anno scorso il Paese
ha registrato un 70 per cento di aumento delle precipitazioni atmosferiche
rispetto ai valori medi e, di conseguenza, un raccolto senza precedenti.
Ma l’abbondanza di precipitazioni ha anche significato inondazioni
in vaste aree coltivabili con danni a lungo termine, mentre quest’anno
la pioggia si è fatta attendere fin troppo a lungo.
Nel passato non si sarebbe fatto rumore più di tanto, i popoli
della regione sono abituati a cicli di inondazioni e siccità.
Ma negli scorsi decenni i governi non hanno certo brillato per buona
gestione delle risorse e il territorio è stato violentato da
politiche di sfruttamento non conservativo, pascolo intensivo e deforestazione,
nella convinzione che, tanto, a risolvere ogni cosa ci avrebbe pensato
“madre terra” con paziente sopportazione. Ora invece appare
evidente che la capacità di sopportazione della terra è
giunta al limite e le scelte del passato, ammalate di cieca non-sostenibilità,
si stanno trasformando in un boomerang per le popolazioni. Ondate di
calore, riduzione della qualità e della quantità di acqua
disponibile, salificazione dei suoli, danni all’ozono troposferico:
tutte queste variabili sono diventate una seria minaccia all’agricoltura
e alla sanità pubblica. Il nemico numero uno, in questo momento,
si chiama desertificazione.
L’argomento è di estrema attualità in tutto il Nord
dell’Africa e non è un caso che la giornalista marocchina
Najlae Benmbarek abbia ricevuto dei riconoscimenti internazionali per
il suo reportage “I forti dell’Atlante”, sulla progressiva
disparizione degli stili di vita delle comunità berbere a causa
delle ondate di siccità e della desertificazione del territorio.
Il Marocco ha adottato fin dal giugno 2001 un piano conosciuto come
Programma di azione nazionale di lotta contro la desertificazione, il
cui scopo è valutare l’impatto del fenomeno sul territorio
e la bontà delle contromisure adottate. Nel 2003 il Programma
è stato inquadrato in un lavoro di monitoraggio e valutazione
delle azioni esteso a tutto il Maghreb e individuato dalla sigla Smap/Ce.
I documenti a riguardo parlano di azioni «coerenti con le politiche
nazionali di gestione del territorio e di conservazione delle risorse
naturali (acqua, suolo e vegetazione) oltre che con la creazione delle
migliori condizioni per incrementare i redditi delle popolazioni locali
in un quadro di sviluppo rurale integrato». Il Programma agisce
anzitutto attraverso uno sforzo di sensibilizzazione degli attori a
tutti i livelli e delle istituzioni di gestione e controllo del territorio,
persino in ambito spaziale.
Il lavoro di monitoraggio e valutazione è affidato a un sistema
complesso di 48 indicatori e all’analisi dell’evoluzione
storica dei dati. Tutte gli elementi raccolti vengono elaborati e infine
immessi in rete attraverso il sito www.scid.ma, appositamente creato
per permettere la circolazione delle informazioni sul fenomeno. Eppure,
appare evidente che tutto questo lavoro non abbia sortito grandi effetti.
La Mappa di sensibilità alla desertificazione pubblicata in rete
dimostra che oggi oltre l’87 per cento del territorio nazionale
è in condizioni definite critiche, con 13 milioni e mezzo di
abitanti a rischio. Al contrario, meno dello 0,4 per cento del territorio
può essere considerato al riparo dal problema.
Secondo Mohamed Ghanam, responsabile dell’Alto Commissariato per
l’acqua, le foreste e la lotta contro la desertificazione, «le
perdite economiche sono consistenti. In Marocco si stima che ammontino
a circa 2,3 miliardi di dirham marocchini [200 milioni di euro]. Esse
sono causate dalla desertificazione e dai cambiamenti dei tre ecosistemi:
terreni agricoli, terreni per l’allevamento e foreste».
Integrando le perdite indirette, il costo della degradazione dei suoli
toccherebbe i 700 milioni di euro, dei quali oltre la metà interessa
l’agricoltura. Ma se il Marocco lamenta perdite enormi dovute
al cambiamento del clima, gli altri Paesi del Nord Africa non stanno
meglio. In Tunisia, Libia ed Egitto, ad esempio, sono a rischio anche
le zone costiere, basse sul livello del mare. In tutti questi Paesi,
buone o cattive che siano le decisioni prese a Copenaghen, si prevede
nel prossimo futuro un impatto sociale, economico ed ecologico piuttosto
importante, il cui peso ricadrà maggiormente sulle popolazioni
più deboli e indifese.
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