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INCHIESTA SULLA CRISI DELL’AGRICOLTURA
ITALIANA
MILIARDI PERDUTI
Quattromila miliardi sono sottratti all’agricoltura dall’intermediazione
commerciale. A ciò si aggiunge il peso di un’amministrazione
più politica che tecnica
La mia inchiesta continua nella Roma dei palazzi, delle sedi, degli
uffici. Enti, organismi, federazioni, istituti, partiti. Non sono un
tecnico di agricoltura, ma, se capivo gli argomenti degli agricoltori
in campagna, sempre meno capisco i discorsi nei palazzi, nelle sedi,
negli uffici, nei corridoi. L’agricoltura italiana mi viene incontro
come uno strano mostro ambiguo sul quale esistono numerose leggende,
secondo i paesi e le contrade, ciascuna opinabile, ciascuna diversa.
Ne ricavo un’impressione confusa e sgradevole, di cosa artificiosamente
snaturata e abnorme. Tutte le agricolture sono in crisi, ti dicono negli
uffici, nelle sedi, nei palazzi romani. In Russia, in Francia, in Inghilterra.
Se è per quello, rispondi, in crisi sono anche gli Stati Uniti:
ma per sovrapproduzione. E allora allargano le braccia come a dire:
vede? Se persino gli Stati Uniti...
Ma soltanto l’agricoltura italiana ha qualcosa addosso che non
va, e che non dipende dai campi né dalle stagioni né dalla
evoluzione dei tempi moderni, qualcosa che già Einaudi dieci
anni fa denunciava con parole drammatiche, ma che nel correre silenzioso
degli anni è divenuta ormai una sua seconda natura. L’agricoltura
italiana è divenuta un gigantesco strumento politico, manovrato
da una parte per fini elettorali e dall’altra per favorire industria
e commercio. La prima questione non è un argomento di conversazione
gradito, negli uffici romani, ma la seconda trova ammissioni esplicite
anche in voci ufficiali. Dice il presidente della Confagricoltura, Alfonso
Gaetani: “La rapidissima espansione dei settori industriale e
commerciale agisce sulla ripartizione del reddito nazionale in modo
da alterare, a danno dell’agricoltura, la proporzione. E va sottolineata
la crescente e deprimente pressione esercitata sul nostro settore dallo
straordinario appesantimento delle attività di intermediazione
commerciale. Quanti sanno che il consumatore nazionale è costretto
a spendere annualmente, per alimentarsi, circa ottomila miliardi, e
che soltanto la metà di tale cifra va a beneficio del produttore?
Tra la produzione e il consumo dei nostri prodotti c’è
perciò uno spazio economico nel quale vengono prelevati ben quattromila
miliardi, e se si può ritenere che una parte di tale prelievo
sia effettuata a danno del consumatore, è indubbio che il maggior
peso si esercita sul settore della produzione”.
Non è dunque l’agricoltura la grande ammalata, ma il sistema
distributivo dei suoi prodotti. Che cosa ha fatto fino a oggi l’amministratore
della cosa pubblica per rimediare, per temperare? Dalle campagne la
risposta è unanime: niente di concreto, niente di efficace.
Ma un’amministrazione sbagliata non può durare negli errori
per oltre un decennio senza che le radici del male siano così
fonde da non poter essere sradicate nemmeno dai buoni amministratori,
che dovrebbero pur esserci. E allora ecco quel qualcosa che appesantisce
l’agricoltura vista da Roma: andiamo alle radici.
Abbiamo detto la volta scorsa che dell’agricoltura italiana si
occupa in vario modo un numero di enti così elevato da essere
persino indefinibile: arrivati al cinquanta, ci si arrende. Alcuni sono
piccoli e locali, altri sono mastodontici. Il mastodonte numero uno
è la Federconsorzi. L’agricoltura italiana è praticamente
governata dalla sua organizzazione, che ha una fisionomia tecnica, ma
con profonde radici politiche.
La Federazione italiana dei consorzi agrari, nata nel 1892 per aiutare
gli agricoltori, i loro consorzi e le cooperative, si occupa oggi della
vendita di macchinari, concimi e sementi, del credito agrario e di altre
forme di assistenza o tutela, e gestisce per conto dello Stato gli ammassi
del grano. Praticamente la Federconsorzi ha monopolizzato le attività
dello Stato dirette al settore agricolo. In tredici anni di gestione
di dopoguerra. si è costituita un patrimonio valutato a oltre
trecento miliardi, con il controllo di cinquantaquattro società,
tra cui industrie, banche, assicurazioni, immobiliari. Divenuta dunque
uno dei massimi concentramenti di potere finanziario del paese, la Federconsorzi
domina dall’alto il mondo agricolo nazionale. Ma essa è
dominata a sua volta dal sindacato dei Coltivatori diretti, che dà
alla Democrazia cristiana settanta deputati su duecentosettanta. Il
Presidente della Coltivatori diretti è Bonomi.
Il grande apparato della Federconsorzi è il bersaglio, da tredici
anni, delle accuse più gravi. Vi è chi ha scritto, a titolo
di conclusione di una serie impressionante di documenti, che “questo
grande Ente è diventato una delle espressioni più rappresentative
e complete della corruzione burocratica e politica dei nostri giorni
e di tutti i tempi”. Ma è anche bersaglio di accuse tecniche,
e cioè di questioni che interessano l’agricoltore più
da vicino: “In definitiva, con tutti questi giochi di bussolotti,
l’agricoltore è costretto a comprare macchine, attrezzi,
concimi, utenze di elettropompaggio, in una parola tutti i beni e servizi
strumentali che gli servono, a regime rigorosamente protetto (a vantaggio
di altri, beninteso): mentre quando deve a sua volta produrre e vendere,
può farlo soltanto in regime di concorrenza, per la maggior parte
delle derrate italiane: il che è come dire che quando l’agricoltore
compra, il prezzo lo fa il venditore, mentre quando l’agricoltore
vende, il prezzo lo fa il compratore. Detto questo, ci meravigliamo
poi se i conti nelle aziende non tornano?”
Per i contadini, la Federconsorzi, la Coltivatori diretti, eccetera,
sono uomini e uffici cui occorre rivolgersi ormai di continuo per poter
sopravvivere. Nelle parole del viticoltore che abbiamo ascoltato la
volta scorsa, il riferimento ai sindacati agricoli, agli ispettorati
e alla Federconsorzi stessa era quasi ossessivo. La ragione, sostanzialmente,
è una: il contadino non può più vivere senza credito:
e il credito è nelle mani federconsortili. Cinque milioni di
contadini, e stato calcolato, dipendono più o meno direttamente
dai voleri di un’organizzazione parastatale.
Così, negli ultimi tempi, sono affiorate le prime proteste, le
prime reazioni. Per ascoltarne i riflessi romani, al presidente Gaetani
della Confagricoltura abbiamo chiesto quale fondamento abbiano le accuse
che l’agricoltore rivolge al settore politico. Questa è
stata la risposta: “L’agricoltore condanna quelle azioni
di governo che sotto l’influenza di miti e di ideologie politiche
si esercitano in contrasto con le leggi dell’economia. Azioni
dalle quali derivano al nostro settore distorsioni e appesantimenti
che rendono più grave il disagio e più arduo il cammino
della ripresa.
“Noi abbiamo già fatto al riguardo dolorose e istruttive
esperienze. Abbiamo cominciato con la riforma fondiaria “di stralcio”,
una riforma assurda nella sua concezione influenzata dal vecchio mito
di contadinizzazione della terra, che ci ha portato (sottraendo oltre
un migliaio di miliardi a ben più impellenti nostre necessità
di supporto e di propulsione) a provocare un mastodontico processo di
affollamento della terra e di frantumazione delle unità produttive
maggiori proprio nel momento in cui, sotto la spinta di inarrestabili
fattori economici, si iniziava quel vastissimo movimento di sfollamento
del settore che ancora oggi è in corso, e mentre in tutti i paesi
agricoli della terra i governi, obbedendo agli imperativi del progresso
tecnico, promuovevano la dilatazione delle unità produttive per
aprire la strada a redditizie meccanizzazioni aziendali.
“Alla riforma “di stralcio” ha fatto seguito il piano
verde. E anche qui sono chiare le influenze delle ideologie politiche.
Concepito come un piano di incentivazione economica e di sviluppo dell’intera
agricoltura, esso è stato, nella sua realizzazione ingombrato
di discriminazioni e deviato verso finalità prevalentemente assistenziali.
“Poi sono venute quelle proposte della Conferenza per i problemi
del mondo rurale e dell’agricoltura che hanno cercato, con un’ambigua
condanna del sistema mezzadrile, di porre in crisi una delle forme di
conduzione socialmente più progredite ed economicamente più
utili.
“Infine, oggi, ci troviamo di fronte a un progetto di riforma
delle strutture agrarie in cui sono evidentissime le influenze delle
mitologie politiche.
“Alcune disposizioni di tale progetto tendono a rinvigorire il
processo di contadinizzazione della terra iniziato con la riforma fondiaria.
Tendono cioè a comprimere l’economia agricola al livello
delle piccole unità coltivatrici, in netto contrasto con lo spirito
della nostra civiltà e con le norme della Costituzione, le quali
dovrebbero garantirci un’economia dinamicamente aperta a tutte
le possibilità del progresso individuale e sociale.
“Altre disposizioni manifestano una chiara tendenza verso pesanti
forme di dirigismo e di statalismo, prevedendo la creazione di una rete
di enti definiti di sviluppo e concepiti come strumenti di attuazione
di una rigida programmazione statale. Enti destinati a determinare un
processo di burocratizzazione del settore e di soffocamento della vitalità
dell’impresa privata.
“E va rilevato ancora come a tali enti si attribuisca la facoltà
di amputare le proprietà medie e maggiori per ingrossare le unità
minori con esse confinanti. Facoltà concepita senza alcun limite
di tempo e di luogo e perciò destinata a creare una minaccia
permanente e paralizzante su buona parte dell’imprenditorato italiano.
“Di fronte a tali indirizzi come può rimanere indifferente
chi ritiene che soltanto la superiore capacità costruttiva di
uomini responsabilmente liberi possa consentire di realizzare quel migliore
domani verso cui si rivolge l’unanime speranza?”.
A proposito di questi enti, citati dal presidente Gaetani, ricorderemo
ch’essi sono quattordici: Opera per la valorizzazione della Sila,
Ente autonomo del Flumendosa, Ente nazionale per le Tre Venezie, Ente
per la irrigazione in Puglia e Lucania, Opera nazionale combattenti,
eccetera. Incaricati di un programma eterogeneo e di grave responsabilità,
hanno saputo fin da principio attirarsi i peggiori giudizi. Luigi Einaudi
li definì: “Scatoloni vuoti, ovverossia parole magiche,
che hanno gran voga nel momento presente in Italia e compiono opere
di persuasione a legiferare dannosamente”. E Agostino Bignardi:
“Carrozzoni di per sé costosi, con imprecise facoltà
d’intervento, con sfuggenti responsabilità e un’unica
chiara volontà: quella di volere, sempre volere, fortissimamente
volere quattrini pubblici da spendere Dio sa come”.
Anche questi enti di sviluppo rappresentano uno degli apparati amministrativi
della nostra agricoltura: espropriano terre, le assegnano, operano trasformazioni
fondiarie, organizzano cooperative, hanno compiti di assistenza colturale
e zootecnica,e anche sociale e d’istruzione professionale, e così
via. Certo, sulla carta, ogni ente, ogni apparato, ogni sindacato, ogni
pedina sull’immenso e ricco scacchiere ha una sua funzione, una
sua ragione. Ma è poi nel gioco che avviene la confusione. Di
questi enti di sviluppo è stato scritto per esempio, da un avversario
del centrosinistra, che sono “una congrega di gente che vogliono
posti senza concorsi, stipendi senza limiti di leggi, carriere senza
inceppamenti di regole, bilanci con controlli difficili e nebbiosi”;
mentre un socialista, l’onorevole Cattani, pur ammettendo le disfunzioni,
ne intravede un migliorato uso nel quadro regionale futuro: “L’ente
di sviluppo verrà a essere non il mostro temuto, e non il taumaturgo
invocato, ma un organo di intervento straordinario dello Stato, lasciando
alla regione tutti i compiti ordinari”.
Da due anni, intanto, da questa politica di mostri e taumaturghi è
nato il Piano verde. Promosso e studiato da Paolo Bonomi, approvato
dal governo presieduto da Segni, esso fu descritto e propagandato nelle
campagne come il definitivo toccasana di ogni dolore. In campagna ci
credettero, e l’attesa fu vivissima. I1 Piano verde prevede uno
stanziamento in cinque anni (1960-61 / 1964-65) di cinquecentocinquanta
miliardi, di cui circa quattrocentoventi direttamente utilizzabili dagli
agricoltori. Fatte le operazioni, e considerato che le aziende agricole
in condizione di essere ammesse alle concessioni sono almeno tre milioni,
consegue che ogni azienda otterrebbe all’uno ben ventisettemila
lire. Ma le iniziative di finanziamento riguarderanno la costruzione
di case e di strade, l’esecuzione di bonifiche e opere d’irrigazione,
eccetera, favorendo cioè un numero di aziende modesto rispetto
al totale: si dice quarantamila. Ora, come avverrà questa scelta,
che molti hanno definito discriminazione? Un articolo del Piano spiega
che il ministro darà annualmente le direttive specifiche di attuazione
e potrà modificare alcuni criteri e spostare la ripartizione
delle spese. In altre parole, il ministro darà i quattrini a
chi gli pare, a chi gli è simpatico, a chi (dicono gli avversari)
gli serve. E fra l’azienda agricola e il ministro c’è
l’intermediario di sempre, la Coltivatori diretti.
I1 Piano verde è stato duramente criticato da destra e da sinistra.
Nelle campagne, in generale, ci si chiede ancora oggi dove sia e se
ci sia, mentre serpeggia un rinnovato e perciò più profondo
sentimento di scoraggiamento e sfiducia. L’attesa del miracoloso
colpo di bacchetta magica aveva inflazionato presso gli Ispettorati
le domande di contributi degli agricoltori per partecipare in qualche
modo alla festa, le quali si erano aggiunte alle altre molte migliaia
da tempo giacenti in attesa di evasione, ovvero di fondi. Oggi si parla
di caos. “Non si sa da che parte cominciare”, ci ha detto
un funzionario di un ispettorato, ed è comprensibile, poiché
giustizia vorrebbe che i contributi venissero dati per primi a coloro
che per primi li avevano chiesti, e cioè negli anni precedenti
lo scatto del Piano verde.
Così, trascorso un certo periodo, si può già affermare
che il Piano destinato a risollevare le sorti dell’agricoltura
italiana rischia il fallimento. Esso non solo non ha risolto i maggiori
problemi di questa nostra agricoltura, ma non ne ha nemmeno affrontati.
Il problema degli ortaggi, il problema del riso, quello del vino, del
bestiame da carne, delle barbabietole, della canapa, del grano duro
e del grano tenero, il problema dell’olio e quello del credito
agrario. E via elencando, sono tuttora grandi pagine bianche, sulle
quali gli amministratori non sono riusciti a scrivere niente in molti
anni. Basti pensare alle sofisticazioni che ebbero un freno soltanto
in seguito a violente campagne di stampa e alla mobilitazione dell’opinione
pubblica. E oggi il vuoto continua.
Crisi, dunque, dell’agricoltura? La produzione non ha subito squilibri
profondi, anche se la fuga di braccia dalle campagne la minaccia forse
già seriamente; la qualità dei prodotti è generalmente
migliorata. La crisi è nella miseria dei prezzi che non ripagano
il produttore: crisi economica e non produttiva. Non da carestie è
nata la crisi dell’agricoltura italiana, e nemmeno da sovrapproduzione,
bensì da un sistema di amministrazione politica che, come ha
detto un censore competente, “ha già suscitato l’ilarità
di tutta l’Europa”. Il presidente della Confagricoltura
mi diceva: “La crisi deriva da vari fattori, ma, anzitutto, da
un fatto politico”. Ed è questa la sensazione precisa che
si ricava parlando di agricoltura negli uffici, nelle sedi, nei corridoi
dei grandi palazzi umbertini della capitale.
L’uomo che si trova al centro di questa politica agraria nazionale,
l’onorevole Bonomi, ha sempre e strenuamente difeso la sua opera
più su di un piano politico che tecnico: motivo costante della
sua polemica, infatti, è lo sforzo, felicemente compiuto, di
sottrarre al comunismo l’elettorato agricolo. Noi gli abbiamo
chiesto la sua opinione tecnica sull’agricoltura italiana d’oggi.
Questa la sua risposta.
“Il rapido evolversi delle situazioni spinge decisamente l’agricoltura
italiana verso un nuovo assetto. La progressiva attuazione del Mercato
comune ne europeizza dimensioni, problemi e prospettive: l’esodo
dalle campagne impone e consente radicali e razionali revisioni delle
strutture.
“Per lunghi decenni l’eccesso di popolazione influenzò
negativamente l’economia agricola nazionale, sulla quale venne
rovesciato il peso di tutta la mano d’opera che non riusciva a
trovare economica utilizzazione negli altri settori produttivi. Il mondo
rurale dovette sostenere l’onere dell’imponibile di mano
d’opera, attraverso il quale si assicurò almeno un minimo
di lavoro a centinaia di migliaia di persone: dovette finanziare, attraverso
l’inflazione dei famigerati elenchi anagrafici, l’assistenza
e la previdenza sociale, non solo per i lavoratori agricoli, ma per
quanti non beneficiavano di altre forme di protezione sociale: dovette,
per assorbire nella misura più larga la forza lavorativa disponibile,
mettere a coltura terreni che economicamente non sarebbero stati da
coltivare, operare su aziende di dimensioni minime, sostenere, dove
proprietà e imprese erano disgiunte e maggiore era la fame di
terra, canoni d’affitto economicamente e socialmente assurdi.
“Tutto questo cambia. La dilatazione delle attività industriali
che caratterizza questo periodo della vita europea chiama e assorbe
tutta la mano d’opera disponibile. I giovani abbandonano le case,
così spesso malsane, dei loro genitori, e vanno verso una fatica
meno pesante, una vita più comoda, una remunerazione sicura e
assai più consistente. Vi sono regioni italiane nelle quali non
più l’uomo cerca disperatamente la terra, ma la terra attende
invano il lavoro che la fecondi...”.
Sulle diagnosi di massima, sono tutti più o meno d’accordo:
del resto, quando un infermo muore è sempre, più o meno,
per collasso cardiaco. E le terapie, quando si sta sulle generali, non
sono mai criticabili, infatti:
“Così stando le cose, sembra logico restituire al bosco
o al pascolo le terre la cui coltura non è economicamente conveniente,
e sembra logico un riordino fondiario che gradatamente elimini quella
polverizzazione e quella dispersione delle aziende che hanno sinora
impedito il fecondo rinnovamento della vita rurale in vaste zone del
nostro paese. L’era della piccola proprietà sta per concludersi...”.
L’onorevole Bonomi mi ha parlato a lungo su questi temi, nel suo
salone studio di Palazzo Rospigliosi. Sottile, misurato, attento. Non
ha voluto che registrassi su nastro l’intervista, ha preferito
inviarmi una nota scritta. Così questa continua sul Mercato comune:
“Non si deve più ragionare, calcolare, prevedere italiano,
ma ragionare, calcolare, prevedere europeo e cercare altri sistemi di
protezione della produzione”. E come prima, son cose che trovano
tutti d’accordo. “La necessità di una programmazione
comunitaria che sia la risultante armonica delle programmazioni nazionali
appare assolutamente indispensabile”. Come negarlo? E “nessuno
si culli, peraltro, nella illusione che in seno alla Comunità
europea le sorti dell’agricoltura possano riprendere quota nei
confronti degli altri settori economici. In tutti i paesi il divario
fra reddito agricolo e redditi extragricoli si allarga sempre più,
perché al costante incremento dei redditi industriali e dei redditi
di intermediazione non si accompagna un elevarsi parallelo dei redditi
dell’agricoltura, che si accrescono in misura così limitata
da non coprire talvolta la fatale perdita di valore della moneta...”.
Sì, le diagnosi di massima. Anche queste sono facilmente comprensibili
dai profani, dal vasto pubblico, come dall’altro lato lo sono
le questioni pratiche dei contadini. Ma fra i due discorsi c’è
un’amara differenza: i contadini patiscono, sulle loro questioni,
mentre le grandi diagnosi sono fatte a freddo. E i contadini rimangono
in attesa delle grandi terapie. Ma quali? Davvero non ne esistono? L’agricoltura
italiana, a sentirla da Roma, sembra sia piena di maghi, di grandi tecnici:
tutti incapaci, dunque? Oppure qualcuno ha da suggerire, finalmente,
qualcosa di pratico?
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