90 NAVI DI VELENI AFFONDATE NEL MAR MEDITERRANEO

90 NAVI DI VELENI AFFONDATE NEL MAR MEDITERRANEO

Desecretati i documenti
di STEFANO CARNAZZI

Desecretati i documenti del Sismi: novanta navi cariche di rifiuti affondate nel Mediterraneo, faccendieri attivi fino a pochi anni fa, traffici di armi.
Desecretati i documenti del Sismi. Nel 1995 i servizi segreti sapevano
Anni di segreti, di misteri, di traffici d’armi e di veleni, di patti sporchi tra nazioni ricche e povere, tra mafia e aziende di Stato stanno per diventare pubblici e consultabili. A decidere la declassificazione dei documenti relativi ai traffici di rifiuti pericolosi e alle navi dei veleni, forse addirittura novanta, affondate nel Mediterraneo, è stata la COMMISSIONE D’INCHIESTA SUL CICLO DEI RIFIUTI, UNA BICAMERALE PRESIEDUTA DA ALESSANDRO BRATTI, che ha desecretato circa sessanta documenti provenienti dall’ex Sismi (ora Aise, Agenzia d’informazione sicurezza esterna).
ALESSANDRO BRATTI ha annunciato finalmente “la desecretazione dei documenti e i sequestri in casa di uno dei personaggi più importanti di quella vicenda, Cesarina Ferruzzi, che per conto della Monteco caricò una parte di quelle navi con i rifiuti”. È ormai del tutto probabile che CI SIANO STATI AFFONDAMENTI DI NAVI CON ALL’INTERNO RIFIUTI PERICOLOSI. Vicende svoltesti parallelamente alle indagini su altre questioni scottanti, legate ALL’INTRECCIO TRA TRAFFICO DI ARMI E RIFIUTI, prevalentemente rifiuti di AZIENDE DI STATO. Tuttavia, non è detto che tutte le navi siano state affondate, né si sa quante.
Novanta navi cariche di rifiuti affondate nel Mediterraneo
Tra le carte ottenute dalla commissione parlamentare d’inchiesta ci sono quelle relative alle NAVI AFFONDATE NEL MEDITERRANEO i cui relitti potrebbero contenere – secondo alcuni filoni d’indagine – RIFIUTI PERICOLOSI O RADIOATTIVI. Un documento del Sismi datato 5 settembre 1995, indirizzato alla Presidenza del Consiglio e al ministro della Difesa riportava il risultato di una analisi degli affondamenti di mercantili nel Mediterraneo dal 14 aprile 1989 al 22 luglio 1995. SONO BEN 90 GLI AFFONDAMENTI TRACCIATI CON RELATIVE COORDINATE, CARICO, DATI DELL’ARMATORE, PERCORSO E MOTIVI APPARENTI DEL NAUFRAGIO che – dopo la declassificazione – verranno analizzati e confrontati con gli altri atti già acquisiti dalla commissione, per esempio le dichiarazioni dei pentiti.
Traffico di rifiuti in Somalia: nel 2003 Berlusconi sapeva
Ci sono anche notizie sui TRAFFICI INTERNAZIONALI DI RIFIUTI DESTINATI IN SOMALIA, anche in epoca relativamente recente.
Tra i documenti declassificati, ad esempio, vi è una nota del Sismi inviata il 30 luglio 2003 alla presidenza del Consiglio dei Ministri e al Ministro degli Esteri che segnala l’arrivo a Mogadiscio di due navi “cariche di rifiuti industriali e scorie tossiche”. Potrebbe trattarsi della dimostrazione di un TRAFFICO DURATO BEN OLTRE GLI ANNI ’90.
“Su questi temi, l’intreccio tra i traffici di rifiuti e di armi, stavano lavorando la giornalista della Rai Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin – ha commentato il presidente della commissione Alessandro Bratti – che persero la vita in un agguato il 20 marzo 1994 proprio a Mogadiscio. Pensando al loro sacrificio e ai silenzi e depistaggi ormai accertati sulla loro morte abbiamo fatto uno sforzo notevole come commissione per individuare centinaia di documenti, inviando gli interpelli al governo per la declassificazione. È solo un primo passo, altri documenti diverranno pubblici presto, appena termineranno le procedure”.
Cosa rimane da capire sul traffico di rifiuti, di veleni e di armi via nave
• LE ROTTE. Si dovrebbe sapere dove sono finiti questi rifiuti, in gran parte rifiuti industriali, pericolosi, nocivi.
• COSA C’ERA DENTRO LE NAVI. Avere certezze anche rispetto ai materiali contenuti in altre navi come la Karin B, in cui tutti hanno sempre assicurato che gli smaltimenti sono avvenuti correttamente, ma tutte queste operazioni furono tutte secretate dalla Protezione Civile dell’epoca.
• LE CIFRE. Si sono fatte molte ipotesi e molte considerazioni sull’affondamento delle navi, ma non ci si è ancora soffermati a capire quali rifiuti sono partiti veramente, quante tonnellate, e quanti e dove sono stati smaltiti.
• COSA DI DAVA IN CONTRACCAMBIO. L’Italia non aveva gli impianti per smaltire questi rifiuti. Quindi dovevano per forza andare in altri Paesi. Qual era il contraccambio che veniva dato in concreto? O erano armi o erano soldi.
La Monteco
La Montedison formò una società ad hoc, la Monteco, proprio per gestire i rifiuti pericolosi industriali, che fino ad allora erano andati sempre su rotte straniere. Ufficialmente svolgeva attività di smaltimento, ricerca e controllo ambientale. A fine anni ’80 ne è amministratore delegato l’ingegner Carlo Toscanini. Nel ’92 Toscanini fu cooptato da Raul Gardini, sponda avversa ai Ferruzzi, azionisti di maggioranza della Montedison.
La storia della Jolly Rosso
La JOLLY ROSSO è una nave che fu NOLEGGIATA NEL 1989, DAL GOVERNO ITALIANO, PER ANDARE A RECUPERARE IN LIBANO 9.532 FUSTI DI RIFIUTI TOSSICI NOCIVI, lì ESPORTATI ILLEGALMENTE da aziende italiane. Restata in disarmo nel porto di LA SPEZIA dal 18 gennaio 1989 al 7 dicembre 1990; stando alla versione ufficiale, la motonave subì una falla all’interno della sua stiva a causa del maltempo.

L’allarme avvenne davanti la costa di Falerna, alla distanza di 15 km, alle ore 7:55; i soccorsi partirono subito dall’aeroporto di Lamezia Terme che inviò 2 elicotteri a recuperare l’equipaggio, evacuato alle 10:15.
Il comandante della nave si chiamava Luigi Giovanni Pestarino. La nave non affondò al largo ma venne trascinata dalla corrente verso riva. Alle ore 14 LA JOLLY ROSSO SI SPIAGGIÒ AD AMANTEA, LOCALITÀ FORMICICHE, IN PROVINCIA DI COSENZA.
Secondo un RAPPORTO DI GREENPEACE nel 1989 erano quattro le navi che caricavano rifiuti tossici per conto di aziende private o per conto del Governo italiano: la JOLLY ROSSO, la CUNSKY, la VORAIS SPORADIS e la YVONNE. Quest’ultime tre sono le navi che il pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti poi dirà d’aver affondato nei mari fra Maratea (Basilicata) e la Calabria.
Quando LA MOTONAVE JOLLY ROSSO SI ARENÒ SULLA COSTA CALABRESE SI CREÒ SUBBUGLIO TRA I CITTADINI. Finì sulle spiagge di Campora S. Giovanni, in località Formiciche  e si fece di tutto per archiviare subito la vicenda. Un inchiesta che durò solo pochi mesi, superficiale, frettolosa, che diede subito il via alla demolizione della nave, facendo così sparire tutte le tracce possibili ed immaginabili su cosa davvero fosse stato il carico , sparito comunque in una sola notte. Il contenuto della nave della società Ignazio Messina Spa era un mistero. La società Messina dichiarò che nelle stive c’erano solo tabacchi e generi alimentari scaduti. Nessuno intervenne per isolarla, le operazioni di controllo e sicurezza partirono solo alle 7 del mattino successivo e nella notte di Santa Lucia parecchi cittadini sentono e vedono movimenti attorno alla nave.
Ufficialmente il carico finì in due discariche comunali nei pressi di Amantea. A distanza di qualche mese, il Gip Fiordalisi chiude l’inchiesta e dà l’autorizzazione per lo smantellamento, nel giugno 1991, della motonave, senza disporre controlli SULLA RADIOATTIVITÀ DEI CAMPIONI DEL MATERIALE INTERNO ALLA NAVE, senza conservare i pezzi della nave con la presunta falla, senza analizzare se all’interno dei container c’erano davvero solo alimenti scaduti. La vicenda viene archiviata fino al 2010, il nuovo procuratore PAOLO GIORDANO, di fronte al proliferare di tumori nella zona, ordina di eseguire CAROTAGGI SUL FONDO DEL FIUME OLIVA, NEI TERRITORI DEI COMUNI DI AMANTEA, SAN PIETRO IN AMANTEA E SERRA D’AIELLO. Scrive Caterina Lenti su Calabria News:
E la terra parla. Parla e racconta di centomila metri cubi di fanghi industriali, del cesio 137, e poi del berillio, del cobalto, del rame.
E ancora dello stagno, del mercurio, dello zinco, del manganese e del vanadio. In località Valle del Signore, nel fiume Oliva, vengono a galla sarcofaghi in cemento pieni di rifiuti tossici. La storia delle navi a perdere, colate a picco nel Mediterraneo, con una preferenza per il basso Tirreno e lo Jonio, è la storia di veri e propri cimiteri radioattivi nei nostri mari ma anche di camionate di “porcherie” interrate in vari siti di Calabria e Basilicata, con conseguente aumento delle casistiche tumorali nelle popolazioni dell’Italia del Sud.